Post-coronial Studies. Città incubatrici

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Slums londinesi nell’Ottocento

di Nicola Siddi

Nel 1831 il batterio del colera arrivò a Londra, portato dai marinai provenienti dall’estremo oriente, e nel giugno dello stesso anno “sbarcò” a New York dove si diffuse in maniera endemica nell’estate dell’anno successivo, tanto da indurre gli abitanti più abbienti alla fuga di massa verso le campagne. Il fatto che l’epidemia si ripresentò nel 1849 – quest’ultima ondata conosciuta al grande pubblico in quanto fa da sfondo al famoso film di Martin Scorsese Gangs of New York – ci ricorda che l’attuale Coronavirus non è un episodio eccezionale, e ci evidenzia come oggi, rispetto all’Ottocento, possiamo riscontrare una minore frequenza di questi eventi, e una maggiore accelerazione nella loro diffusione, dovuta all’incremento dinamico degli spostamenti. 

Abbiamo spesso usato la metafora dell’espansione del virus per spiegare come si diffondono le idee in un ambiente particolarmente favorevole come la città. Ora la situazione ci porta ad interessarci di come la città sia lo spazio ideale per il contagio. La città è un sistema adattivo complesso; in altre parole la realtà urbana ha  dirette connessioni e dipendenze con l’energia, con le risorse, con i sistemi ambientali ecologici, economici, sociali e politici. Questi rapporti sono facilitati dai meccanismi di retroazione insiti nella struttura metropolitana. La città, semplificando, la possiamo pensare costituita fondamentalmente da due componenti. Il primo è l’infrastruttura fisica (fabbricati, strade, fognature, ecc.) che ha delle importanti similitudini con gli organismi biologici fra le quali un andamento di sviluppo sublineare pari a 0,85, mentre il secondo è di tipo socioeconomico ed evidenzia un andamento di sviluppo superlineare con valore pari a circa 1,15. In altre parole, al raddoppiarsi della popolazione di una città la sua rete di servizi non raddoppia ma incrementa di circa l’85%. Per esempio il raddoppio demografico comporta un aumento dei distributori di carburante dell’85% e non del 100%, ma questo vale anche per i posti letto ospedalieri! Per contro più è grande la città e tanto più alti (con un incremento del 15%) saranno i salari, più diffuso il crimine e più numerosi i casi di contagio influenzale, compreso il Covid-19.

A questo punto ci possiamo domandare se la densità urbana possa essere considerata un fattore negativo tanto da doverlo abbandonare in ambito di pianificazione.  Se facciamo riferimento alla città dell’Ottocento ci rendiamo conto del perché Ebenezer Howard (fondatore del movimento per la “Città Giardino”) fosse convinto che il ritorno alla campagna coincidesse con la felicità, la ricchezza e il potere. D’altra parte è sufficiente leggere i romanzi di Dickens per renderci conto delle pessime condizioni igieniche della città e della sua profonda e diffusa disumanità. Dall’analisi sia del passato sia del presente emerge che le città crescono ed evolvono più rapidamente rispetto alla capacità da parte delle società di comprenderle. Questo senso di impotenza è racchiuso nel grido poetico di Baudelaire nella Parigi hausmaniana che descrive la disperazione del cigno in un cantiere della città, sconvolta dai Grands Travaux, che cerca goffamente l’acqua e di ritrovare il suo volto:  

 

« … La vecchia Parigi ormai scompare

(d’una città la forma veloce si rinnova,

più rapida, ahimé, del cuore d’un mortale);

…un cigno che, sfuggito alla sua gabbia, andava

sfregando con i piedi palmati il pavé secco,

sul suolo scabro il bianco piumaggio trascinava.

Presso un rivo senz’acqua l’uccello aprendo il becco

bagnava nella polvere le ali nervosamente

 e diceva, sognando il suo luogo natale…»

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Charles Baudealaire sottolinea lo straniamento dell’uomo in riferimento alla velocità dei cambiamenti della città rispetto al proprio “cuore“. Questa riflessione poetica assume una valenza universale tanto da poterla “sentire“ anche nella città e nella società globale dei nostri giorni. Tuttavia il cambiamento, la concentrazione demografica e la densità infrastrutturale non sono i sintomi della malattia della città. New York nel 1832 aveva 250.000 abitanti, nel 1849, quando fu colpita dalla seconda epidemia, ne aveva 500.000 e oggi ne ha quasi 9 milioni. L’effetto magnete da parte della città, come non si è esaurito dopo l’attentato delle Torri gemelle, non diminuirà a causa del Coronavirus. Ma come possiamo difenderci in caso di emergenza senza abbandonare la città? La nostra evoluzione e la nostra sopravvivenza sono dipese – a partire da duecentomila anni fa, proprio quando Homo sapiens si distinse tra le altre specie – dalla tecnica e dalla capacità innovativa e a queste devono legarsi le nostre speranze e i nostri sforzi di ricerca. Sarà ancora una volta la città a permetterci questi sviluppi e a fornirci le soluzioni. Il segreto sta nel carattere ambivalente della città. Per modificare l’andamento sublineare della crescita delle infrastrutture (posti letto ospedalieri) sarà sufficiente predisporne un numero dettato dall’attuale situazione. Ma la risposta più efficace ci sarà data dalla capacità di resistenza e adattamento che sapremo sviluppare. La resilienza va intesa come atteggiamento complementare alla forza. Seguendo questa strada dovremo investire e lavorare per trovare il vaccino (questa azione attiene alla forza), nella consapevolezza che potranno esserci in futuro virus o mutazioni degli stessi per i quali il vaccino sarà inefficace. Il modo di pensare dovrà mutare, rispetto all’obiettivo esclusivo di eliminare il pericolo, verso la consapevolezza che il problema non può essere cancellato e che la nostra miglior difesa è la capacità di reazione e di adattamento (questo atteggiamento attiene alla resilienza). È importante sottolineare che l’emergenza è più facile da gestire e da controllare in uno spazio concentrato e denso, rispetto a luoghi dispersi sul territorio. Infatti, più rapidamente reagiamo in maniera coordinata e organizzata attraverso una preventiva pianificazione di compartimentazione dei luoghi, un’efficace distribuzione dei presidi sanitari, un’organizzazione delle forniture essenziali, una diffusione della cultura dell’uso dei dispositivi individuali di protezione e meno permetteremo la diffusione degli agenti patogeni.

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Times Square ai tempi del Covid-19

Per maggiore protezione, sicurezza e controllo abbiamo strumenti molto efficaci legati ai nostri smartphone. Ricordiamo a questo proposito che a livello europeo è stata sviluppata, già nel 2011 un’app denominata “fluphone” che non è stata utilizzata per ragioni legata alla privacy. Senza entrare nelle polemiche sorte dall’utilizzo dei dati da parte della Cina, della Corea del Sud e di Singapore – uso che peraltro ha avuto un incontestabile successo – ricordiamo quanto siamo disponibili a riversare i nostri dati personali per futili motivi sui social network (Facebook, Twitter, TikTok, Instagram) senza nessun controllo per poi, improvvisamente, preoccuparci della nostra privacy in caso di emergenza sanitaria. Ad ogni buon conto sull’utilizzo della tecnologia e dell’innovazione è bene ricordare come abbiamo scoperto la ragione del contagio e di conseguenza anche la natura della diffusione del batterio che, aveva messo a dura prova, nell’Ottocento, le città di Londra e New York. 

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L’App COvid-19

Nel 1854 a Soho (sobborgo londinese), si sviluppò uno dei maggiori focolai di colera. In questa zona della città viveva un medico condotto, John Snow, che già da quattro o cinque anni sosteneva che il colera si trasmettesse attraverso l’acqua contaminata, senza però riuscire a convincere nessuno. Le autorità sanitarie pubbliche avevano largamente ignorato le sue parole. Egli aveva osservato che gli abitanti nei pressi di una particolare pompa d’acqua morivano con una frequenza maggiore. Snow risiedeva proprio nei pressi e aveva sospettato che un focolaio tanto concentrato potesse avere una sola sorgente, alla quale molti attingevano, in quanto l’infezione non aveva la progressione, tradizionalmente lenta, che si aspettava. Per analizzare la situazione si avvalse di Henry Whitehead, un ministro locale che non era assolutamente un uomo di scienza, ma era incredibilmente connesso socialmente. Quest’ultimo infatti conosceva tutto il vicinato e fornì le informazioni sugli abitanti in modo che Snow potesse “tracciare” i casi di persone che avevano bevuto l’acqua dalla pompa. Il passo successivo e definitivo fu quello di disegnare una mappa che rappresentasse in maniera chiara la situazione. 

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La mappa di John Snow

La diretta conseguenza fu che, convincendo la popolazione a bollire l’acqua, il focolaio si esaurì e negli anni successivi Londra e altre grandi città incominciarono a dotarsi di fognature per impedire che le falde acquifere fossero oggetto di inquinamento. 

La mappa di Snow non fu l’unica ragione che spinse le città a dotarsi di tecnologie igieniche, ma ha certamente contribuito a migliorare la vita nelle aree urbane. Non sappiamo cosa potremo imparare dalla situazione attuale, né se emergeranno tecnologie atte ad affinare le attuali condizioni di vita, ma certamente l’utilizzo intelligente della mappa del dottor Snow ci indica come anche una semplice app potrebbe esserci d’aiuto nel caso in cui sulle nostre global smart cities incombesse nuovamente il pericolo.

 

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