Coronavirus, cambiamento climatico ed equilibrio cooperativo

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di Fausto Corvino

Il covid-19 ci ha posto di fronte a un enorme ed inatteso problema di coordinamento collettivo, cioè una situazione in cui i singoli devono semplicemente mettere da parte ogni calcolo circa la massimizzazione della propria utilità personale se vogliono giungere al risultato migliore per tutti. Lì dove i calcoli di utilità personale sono quelli che prendono in considerazione l’aumento delle possibilità di contrarre il virus (e quindi anche di trasformarsi in vettore del virus) in relazione ad incrementi marginali dell’esposizione ad esso. Ad esempio, se ho già trascorso dieci ore al lavoro, con tanto di spostamento con i mezzi pubblici, che impatto potrà mai avere sulle probabilità di ammalarmi una passeggiata di dieci minuti intorno a casa, o sedermi mezzora a leggere il giornale in piazza? Oppure, se sto troppo male dentro casa perché mi sento soffocare, le mie scorte interne di vitamina D sono quasi esaurite, e vorrei tanto prendere un po’ di sole, il benessere che io posso trarre da una passeggiata (con mascherina, ovviamente) nel centro cittadino deserto potrebbe forse controbilanciare la perdita potenziale di benessere che causerei e a me stesso e agli altri se contraessi il virus, una volta che questa perdita potenziale è ponderata su un ipotetico fattore di rischio?

Le risposte a entrambe le domande potrebbero in molti casi essere in contrasto rispetto alle indicazioni di tecnici, medici ed amministratori pubblici, che potremmo a nostra volta riassumere in una singola massima: stai a casa, senza se e senza ma, ed esci soltanto se non c’è altro modo di procurarti cibo, medicine o di aiutare i parenti che hanno bisogno. Ma si tratta ovviamente di una frattura solo apparente, in quanto la massima di cui sopra mira al raggiungimento del risultato ottimale per tutti (la sconfitta del virus). Pertanto, il vero contrasto, ciò che per l’appunto crea il problema di coordinamento collettivo, è quello tra strategia individualmente più razionale e strategia collettivamente migliore. La prima è compatibile con la seconda soltanto finché un numero estremamente limitato di individui cerca di perseguirla. A mano a mano che il numero aumenta, il contrasto diventa sempre più profondo. Se, cioè, in uno scenario ipotetico in cui io fossi certo di essere il solo ad uscire di casa, la mia passeggiata potrebbe far stare meglio me senza porre rischi sostanziali a me e agli altri, con l’aumentare del numero di passeggiatori i rischi di contagio aumenterebbero progressivamente, e si finirebbe dunque nello scenario peggiore, l’equilibrio non cooperativo, cioè la diffusione incontrollata del virus.

I dati sull’andamento dei contagi indicano che qui in Italia, così come in molti altri paesi, gli esseri umani sono riusciti a raggiungere un buon equilibrio cooperativo, in poco tempo e senza preavviso. Questo è un risultato importante, in primo luogo, perché significa che siamo riusciti a contenere, almeno finora, l’avanzata del virus. Ma ci fornisce anche indicazioni, più generali, sulle strategie individuali rispetto ad altri complessi problemi di coordinamento collettivo che esistevano prima del virus e continueranno ad esistere dopo. E tra tutti spicca ovviamente il cambiamento climatico. Vorrei quindi soffermare l’attenzione su due questioni specifiche su cui la vicenda, purtroppo tragica, del covid-19 dovrebbe farci riflettere, come d’altra parte sta già facendo.

La prima è che ci siamo resi conto in modo pratico ed evidente che è possibile riorientare le scelte individuali di produzione, consumo e utilizzo del tempo libero verso strategie che mirano alla massimizzazione del benessere collettivo attraverso la mancata massimizzazione di quello individuale. Se da un lato ciò potrebbe sembrare irrilevante ai fini della mitigazione del cambiamento climatico, perché la lotta al covid-19 richiede modifiche temporanee degli stili di vita mentre quella al cambiamento climatico richiede modifiche permanenti, dall’altro non possiamo non sottolineare che i sacrifici cui quasi la metà della popolazione mondiale ha accettato di sottoporsi negli ultimi mesi sono molto inferiori a quelli che servirebbero per transitare verso un’economia e zero emissioni nette da qui a trenta anni.

La seconda questione è che, parafrasando un recente intervento del sociologo e filosofo Bruno Latour, ci siamo improvvisamente resi conto che esiste un grande pulsante rosso che i capi di stato posso premere per bloccare ‘il treno del progresso’[1]. Ovviamente ci siamo anche accorti che ‘spegnendo i motori’ dell’economia abbiamo distrutto milioni di posti di lavoro, messo alle strette il settore finanziario e determinato la prima vera contrazione della produzione mondiale dal dopoguerra. In parole povere, prima o poi, anzi più prima che poi, bisognerà premere un pulsante di riattivazione. Tuttavia, la sperimentazione diretta del fatto che è possibile fare un pit-stop significa che esiste margine di manovra, per modificare alcune cose che rendono il modo di produrre e consumare poco efficiente e/o insostenibile nel medio e lungo periodo, e soprattutto ci ha fatto capire che è possibile mobilitare contingenti risorse economiche, in complessi meccanismi di interazione tra banche, imprese, lavoratori e istituzioni finanziarie, che al di fuori di scenari di crisi sanitarie potrebbero essere utilizzati per proteggere ‘i vinti’ della transizione verso un futuro più sostenibile.

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Tre caratteristiche accomunano il problema della lotta al covid-19 a quello della mitigazione del cambiamento climatico rendendo difficile per il singolo ricostruire il nesso causale che esiste tra le proprie azioni individuali ed il problema strutturale (e dunque anche modificare il proprio stile di vita). La prima è che in entrambi i casi una singola azione ‘sbagliata’ è non necessaria e non sufficiente a determinare il problema strutturale[2]. Il consumo di una bistecca, visto come vento singolo, è riconducibile, in senso causale, ad una frazione infinitesimale dei gas serra prodotti dagli allevamenti. E al contempo l’astensione dal consumo di una singola bistecca non avrà alcun effetto sulle scelte di mercato dei grandi produttori di carne (neanche dei piccoli, per la verità). Così come una singola violazione delle norme sul contenimento del virus (es. una cena a casa di amici, uno sconfinamento oltre il proprio municipio) ha un effetto molto piccolo sul vasto problema della pandemia, e non basta da sola a determinarla.

La seconda caratteristica che accomuna i due fenomeni è la dispersione spaziale, e in parte anche temporale, tra causa ed effetto[3]. Nel caso del cambiamento climatico le emissioni prodotte al tempo t nel punto A si accumulano nell’atmosfera e dispiegheranno i propri effetti negativi (insieme alle altre emissioni) nei punti B, C, D, E, etc. del pianeta al tempo t1, t2, t3, etc. (viviamo oggi gli effetti delle emissioni prodotte nel passato). Nel caso dell’epidemia, uno scambio di virus tra un individuo contagiato (magari asintomatico) ed uno sano può determinare conseguenze negative su persone che il primo individuo non conosce e forse non conoscerà mai (amici e parenti del nuovo contagiato e amici e parenti di questi ultimi) a distanza di giorni, settimane o mesi. Nel caso del virus la dispersione spaziale e temporale di causa ed effetto è più contenuta che nel caso del cambiamento climatico, ma comunque esiste.

La terza caratteristica che i due problemi hanno in comune è la dislocazione della responsabilità individuale. Nel caso del cambiamento climatico, un individuo che volesse auto-assolversi dalle sue relativamente piccole emissioni avrebbe gioco abbastanza facile sia nello spostare la responsabilità in senso orizzontale, verso i grandi inquinatori come industrie, allevatori, trasportatori (‘se non iniziano loro a fare cambiamenti seri, non vedo perché debba iniziare io’) sia in senso verticale, cioè a livello politico e strutturale (‘è lo stato che deve mettermi in condizione di inquinare meno, non sono problemi che mi devo porre io’)[4]. Nel caso del virus, un meccanismo simile entra in azione allorquando il passeggiatore seriale attribuisce le colpe della pandemia ai ‘veri’ untori, cioè quelle persone che scappano di notte in treno per tornare a casa prima del lockdown o quelle che dovrebbero stare in quarantena e invece non ci stanno. Oppure quando il passeggiatore seriale cerca di scaricare tutta la responsabilità sulle istituzioni e sugli operatori sanitari.

Al netto di queste analogie, la grande differenza tra i due fenomeni sta nel fatto che le misure di mitigazione del cambiamento climatico, e la stessa percezione del problema, sono stati di gran lunga inferiori a quanto richiesto dalla comunità scientifica, in proporzione al pericolo incombente. E addirittura vari studi dimostrano che meno della metà della popolazione americana ha contezza del fatto che ci sia quasi consenso assoluto nella comunità scientifica internazionale circa la gravità della minaccia climatica[5]. Al contrario, le misure di contenimento del virus sono state proporzionali (anzi secondo alcuni sono state addirittura superiori) alla dimensione (enorme) del rischio.

Nonostante le analogie tra i due problemi, esposte poco sopra, nel mezzo della pandemia la maggior parte delle persone è riuscita a rinunciare al perseguimento della strategia individualmente più razionale, per inseguire l’ottimo comune, evitando quindi di fare free-riding (io vado a zonzo mentre gli altri restano chiusi in casa e così facendo sconfiggono il virus). E le istituzioni hanno ottenuto la legittimazione politica necessaria a mettere in campo sanzioni e controlli che vanno in questa direzione. Lo spunto di riflessione e di ricerca che possiamo trarre dall’analisi comparata dei due fenomeni, è che forse le ragioni del cosiddetto ‘gap motivazionale’ rispetto al cambiamento climatico non vanno ricercate, o almeno non esclusivamente, nelle difficoltà epistemologiche ed etiche che gli individui incontrano nel ricondurre le loro azioni al problema strutturale, ma piuttosto in una rappresentazione al ribasso dello scenario collettivamente migliore (la mitigazione del cambiamento climatico).

Le immagini degli ospedali e delle vittime del virus hanno immediatamente creato un senso di urgenza, che a sua volta è sfociato in forme di responsabilizzazione, solidarietà, orgoglio di appartenenza alla propria comunità, e così via. Il cambiamento climatico, per fortuna, non si manifesta in modo simile, ma pone altre minacce (eventi climatici anomali e distruttivi, siccità, inondazioni, una maggiore salinità dei terreni con relativi danni all’agricoltura, e non da ultimo una maggiore diffusione delle malattie virali). Investire tempo, risorse ed energie in una migliore comunicazione di questi rischi e dei loro effetti sulla vita di tutti i giorni può davvero essere la chiave per cercare un nuovo e complesso equilibrio cooperativo. Una volta che il corona virus sarà stato debellato, ovviamente.


[1] http://www.bruno-latour.fr/sites/default/files/P-202-AOC-ENGLISH.pdf

[2] Walter Sinnott-Armstrong, ‘It’s Not My Fault: Global Warming and Individual Moral Obligations’, in Walter Sinnott-Armstrong & Richard Howarth (eds.), Perspectives on Climate Change (Amsterdam: Elsevier, 2005), pp. 221–253.

[3] Ingmar Persson, ‘Climate Change- The Hardest Moral Challenge?’, Public Reason 8, no. 1-2 (2017): 3-13.

[4] Wouter Peeters, Lisa Diependaele, Sigrid Sterckx, ‘Moral Disengagement and the Motivational Gap in Climate Change’, Ethical Theory and Moral Practice 22, no. 2 (2019): 435-436.

[5] Ivi, pp. 431-432.

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