Post-coronial Studies. Le forme del sogno. Una conversazione di Davide Dal Sasso con Margaux Bricler

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Margaux Bricler, Tous les demains sont des hiers, titolo, fotogramma da video, 2020 (in progress). Immagine: courtesy dell’artista.

 

Margaux Bricler è nata a Parigi nel 1985. Dopo gli studi in letteratura e storia dell’arte si è diplomata nel 2013 presso l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts de Paris. Dal 2016 collabora con la Galerie Michel Rein, Paris / Brussels. Le sue opere sono state esposte a Parigi e in Francia, Spagna, Olanda, Italia e Brasile. Nel 2018 è stata guest artist presso la residenza VIR Viafarini-in-residence a Milano. Proteiforme, il suo lavoro prende corpo in sculture, installazioni, video, film e fotografie e si situa nell’orizzonte del post-concettualismo. Se ne distingue, tuttavia, per le forme finali delle sue opere, che rimangono completamente aperte all’interpretazione del fruitore. Questa conversazione si sviluppa intorno alla sua ultima opera ‘Tous les demains sont des hiers’ affrontando i temi del sogno e della produzione artistica durante il periodo dell’emergenza Coronavirus.


Davide Dal Sasso: La tua ultima opera alla quale stai tuttora lavorando, Tous les demains sont des hiers, ha preso forma durante il periodo di quarantena dovuto all’emergenza Coronavirus. Qual è la sua storia?

Margaux Bricler: Durante le prime settimane della quarantena sono stata presa da un forte senso di abulia e sospensione. Non riuscivo oggettivamente a fare nulla. Quel poco che ho letto e sentito dalla radio ha contribuito ad accrescere la mia ansia. Poi, una notte, ho fatto un sogno: vedevo la scena di un bacio che causava un contagio. Era terribile e desiderabile, benché mi agitasse ancora di più per quanto stava accadendo intorno a me. Ne parlai con un’amica artista che mi consigliò di disegnare per ritrovarne le forme. Ma anziché con il disegno, che uso solitamente per altri scopi, e dato che in quei giorni non riuscivo neppure a scrivere, ho capito che il modo migliore fosse lavorare proprio sulle immagini. Su quello che avevo visto durante il sogno.

DDS: Che cosa hai fatto per lavorare in quel modo sulle immagini?

MB: Ho cercato anzitutto di conservarle e poi di trovare un buon modo per tradurle. Quelle dei sogni sono immagini particolari: sono poco più che suggestioni, manifestazioni visive parziali e inconsce, basate sul vissuto e sulle ansie personali. Proprio per questo, mi sono resa conto di non volerle ‘ripulire’ dalle loro naturali ambiguità, dalle tensioni che le attraversano.

Sogno 2
Margaux Bricler, Tous les demains sont des hiers, sogno 2, fotogramma da video, 2020 (in progress). Immagine: courtesy dell’artista.

DDS: Alcuni di questi sogni sono chiaramente incubi, le immagini che li ritraggono sono forti                        .

MB: Sono interessata a trovare la forma più vicina a quello che ricordo del sogno. Così ho scelto di non nascondere fobie, nevrosi e inquietudini profonde dell’animo umano. ‘Levigare’ le loro forme avrebbe fatto scomparire sia la mia presenza di sognatrice sia quello che penso sia il loro valore più evidentemente collettivo. Agendo in questo modo, ho potuto anche lavorare sul tempo, sulla sua conservazione e dilatazione.

DDS: I diversi sogni che compongono la tua opera hanno qualcosa in comune?

MB: Dal punto di vista della struttura, qualcosa si ripete in quasi tutti. A una prima immagine si sovrappone la voce che dice: ‘ho sognato’. A questa immagine segue una dissolvenza in nero di tre secondi che apre poi alla materia del sogno.

DDS: E dal punto di vista dei contenuti?

MB: I sogni sono pochi – intendo, il loro contenuto, il loro significato; le loro forme, invece, sono molteplici. Non credo, fondamentalmente, di aver fatto dei sogni stravaganti dal punto di vista narrativo; le loro forme sono invece strettamente personali, legate alla mia vita e a diversi riferimenti culturali (ci sono sicuramente romanzi e opere d’arte che influenzano i miei sogni). Proprio per questa ragione, ho usato materiali filmici diversi. Alcuni li ho girati appositamente lavorando con gli spazi i materiali e le possibilità che avevo durante la quarantena. Per altri, sono andata a cercare nel mio archivio – che conserva le riprese degli ultimi cinque/sei anni – per comporre un ‘montaggio cesellato’. Altri ancora sono frutto di collaborazioni a distanza: ho chiesto ad alcuni amici di realizzare per me delle riprese, dando loro alcune precise istruzioni. Infine, per recuperare alcune scene ho cercato in Internet.

Sogno 7
Margaux Bricler, Tous les demains sont des hiers, sogno 7, fotogramma da video, 2020 (in progress). Immagine: courtesy dell’artista.

DDS: Il web è stato uno strumento utile?

MB: Il ricorso alla rete è stato sporadicamente necessario, con tutti i pregi e i difetti che questa scelta comporta. Quando mi è capitato di trovarmi davanti a un’immagine mancante, mi ha permesso di riuscire a ricostruire in ‘modo retinico’ i sogni. Ossia, di avvicinarmi il più possibile alla grana delle immagini che li compongono.

DDS: Volevo tornare un momento sulla voce, su quella segnalazione del tuo aver sognato.

MB: È importante non solo perché dice che si tratta di sogni, ma anche perché rende manifesta la mia incapacità di parlare di essi e di quello che stiamo vivendo. Cercare una forma per i sogni è liberatorio. Ma non riesco a parlarne in un modo che sia più elaborato di così.

DDS: Come la spiegheresti questa liberazione?

MB: Penso che il lavoro di traduzione dei sogni sia diventato lentamente una significativa alternativa alle restrizioni dovute alla quarantena. Da una parte, siamo stati chiusi in casa uscendo solo per brevissimi momenti alla ricerca di quel che ci ha permesso di sopravvivere. Dall’altra, nonostante possa assumere anche la forma dell’incubo, il sogno era un modo per andare altrove, per ‘uscire’. Le mie giornate erano quasi tutte uguali, i miei sogni no. Questi ultimi sono stati importanti proprio perché mi hanno anche permesso di riconoscere una diversa scansione del tempo durante la quarantena. Le giornate non avevano quasi spessore, non c’è da ricordare granché. Eppure, proprio attraverso i sogni, posso ripensare alla quarantena riconoscendo un ritmo di accadimenti diverso da quello quotidiano.

Sogno 13
Margaux Bricler, Tous les demains sont des hiers, sogno 13, fotogramma da video, 2020 (in progress). Immagine: courtesy dell’artista.

DDS: Dunque, l’attività di traduzione che anima questo tuo lavoro ha un senso ancora più ampio.

MB: Si, è così. Si tratta di una traduzione dell’ansia ma anche della libertà. Di notte nessuno ci può impedire di andare dove ci portano i sogni. E la sensazione di realtà che ci lascia ogni tanto qualche sogno ha preso un sapore molto peculiare in questo periodo. I ricordi che ho ancora oggi di quei giorni, sono anche quelli dei sogni che ho fatto. Da questo punto di vista, il valore del sogno è davvero enorme.

DDS: Perché ti interessa così tanto il sogno?

MB: Sono anni che volevo lavorarci, influenzata da ambiti diversi, principalmente la psicoanalisi e il cinema. Più che al significato dei sogni, mi interesso ancora di più alla loro ‘figurabilità’; mi sono chiesta perché sia così difficile rappresentarli. Credo che siano pochissimi i registi che sono stati capaci di attingere alla materia stessa del sogno. Per esempio, penso che Ingmar Bergman e Federico Fellini abbiano fatto un lavoro sul sogno davvero straordinario; David Lynch, in Mulholland Drive, trova anche lui una sintassi visiva che appartiene organicamente all’esperienza del sogno. Invece mi sembra che altri artisti, penso a Luis Buñuel (che, allo stesso tempo adoro) o Alejandro Jodorowsky, si siano troppo appoggiati su meccanismi letterari o simbolici del sogno compromettendone la riuscita visiva.

Sogno 18
Margaux Bricler, Tous les demains sont des hiers, sogno 18, fotogramma da video, 2020 (in progress). Immagine: courtesy dell’artista.

DDS: Alcuni temi – l’uomo e l’animale, il sublime, la catastrofe, il rapporto con la natura – sono mostrati nella tua opera con azzardo e schiettezza. Sono sogni caustici e, allo stesso tempo, rivelatori. Pensi che il video sia il modo migliore per affrontare quei temi?

MB: Anche in altre mie opere, soprattutto nel lavoro scultoreo, prevale una dimensione di azzardo e di allusione all’estremo. Solitamente, nel lavoro filmico cerco qualcosa di esuberante, rumoroso, colorato. In questo caso ho cercato di mostrare aspetti della vita quotidiana insieme a quella libertà che sento propria della vita onirica. Per esempio, non si tratta tanto di annunciare una catastrofe, ma di riconoscere una sospensione del tempo. Trovo che questo sia molto vicino a quello che accade nei sogni, anche nelle loro forme più estreme. In questo senso, credo che il video permetta la traduzione più fedele, rendendo visibile proprio quel flusso liberatorio che appartiene ai sogni.

DDS: La quarantena è finita. Adesso, come va avanti la tua opera?

MB: Ora dobbiamo convivere con il virus. Saremo in questa bolla di malattia ancora per un bel po’: nel frattempo, le politiche correlate alla pandemia continueranno a riformulare gli assetti relazionali del mondo nel quale abbiamo vissuto finora. E questo è un fatto particolare: diciamo che, in termini Nietzscheani, Deleuziani e Foucaltiani, anche se non siamo malati, siamo comunque ammalati dalla malattia. Sia perché il contagio del nostro immaginario è avvenuto sia perché la malattia è consustanziale alla vita stessa. Credo che questo progetto continuerà proprio perché quello che è accaduto sta tuttora accadendo, producendo degli effetti a lungo termine sulla realtà.

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