Post-coronial Studies. Mezzi e fini.

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di Luigi Filieri

 

Un patogeno con una risibile complessità molecolare si trova a essere responsabile di numerose considerazioni relative ad ambiti filosofici differenti: l’autorità epistemica e il ruolo sociale della ricerca scientifica, le responsabilità civili e politiche di comunità con culture e valori anche molto diversificati, il legame – talvolta decisamente dialettico – tra diritto al lavoro e diritto alla salute, la tutela dell’ambiente, la natura delle relazioni interpersonali e persino il nostro intimo rapporto con la dimensione della temporalità e degli affetti. Si potrebbe sostenere che questa varietà di responsabilità possa riaffermare una volta di più quella che sarebbe invece la responsabilità fondamentale della riflessione filosofica quale – in senso eminente – filosofia prima: una considerazione complessiva e auto-sussistente della totalità delle forme proprie del pensare e dell’agire umano. L’opportunità di riflettere sulla natura e la funzione della filosofia dovrebbe essere colta con serietà e rigore, proprio in ragione del fatto che la filosofia è propriamente una scienza. Non una scienza positiva che mira ad aumentare il proprio bagaglio di conoscenze settoriali, né  semplicemente una meta-riflessione sulle scienze positive che, pur astraendo da oggetti specifici, altro non farebbe che mutuare da queste ultime i metodi e le procedure dimostrative. Al contrario, la filosofia è titolata a reclamare il suo ruolo di scienza delle scienze perché si occupa di fini, non di mezzi. E i fini sono in ultima istanza pratici, possibili soltanto mediante libertà. Questo è il lascito della lezione kantiana. È di libertà che dovremmo parlare quando parliamo della scientificità della filosofia, e la libertà – come noto – è l’opposto simmetrico delle uniche cause cui possono dedicarsi tutte quelle attività scientifiche che filosofia non sono.

kantNell’aprile del 1782 Immanuel Kant inoltra alle Königsbergische gelehrte und politische Zeitungen una nota relativa agli studi su di una epidemia condotti qualche anno prima da un medico inglese di nome John Fothergill (Nachricht an Ärzte). Scopo dell’inoltro da parte di Kant è auspicare l’impiego di conoscenze pregresse per comprendere al meglio le specifiche di un’epidemia influenzale in corso all’epoca. Kant nota come dal punto di vista geografico l’epidemia si sia spostata da est a ovest, riflettendo sul posizionamento commerciale dell’Europa. Kant corrobora poi la tesi della diffusione per contagio diretto. Una pagina brevissima, testimonianza di una mente lungimirante, spunto minuto per riflettere su temi complessi. E per riflettere su come è opportuno riflettere. Le analogie con il contesto in cui da diversi mesi siamo chiamati a vivere e muoverci sono significative. Vi sono poi le Reflexionen (1551-1553) sul vaiolo, dove Kant si interroga sulla valenza morale del contrasto diretto (terapia e misure di contenimento) rispetto all’inoculazione per generare eventualmente un qualche antenato di quella che oggi chiamiamo immunità di gregge. Ad un primo sguardo la questione può apparire di matrice squisitamente scientifica. Ed indubbiamente in parte lo è, ma soltanto secondariamente. La questione è infatti fondamentalmente e costitutivamente morale, nella misura in cui la riflessione di Kant è guidata, e parimenti dovrebbe essere la nostra, dalla domanda su cosa sia necessario fare, come sia necessario agire.

Ci troviamo dinanzi a una riuscita esemplificazione di quello che potremmo chiamare cosmopolitismo delle scienze. Tanto allora quanto adesso le collaborazioni in campo scientifico sono chiamate a valicare confini nazionali e distinzioni culturali allorché si orientano a elaborare gli strumenti idonei a risolvere problemi di portata universale, vale a dire a offrire i mezzi atti a tutelare quel fine in se stesso che ogni essere umano non può non essere. Mi sembra evidente che sapere e dovere debbano procedere in parallelo.

Abbiamo assistito non solo a una progressiva e irrimediabilmente tardiva presa di coscienza della gravità della pandemia, ma anche, e in maniera più significativa, a molteplici e spesso inconciliabili strategie di contrasto alla diffusione dell’infezione. La natura e consistenza delle nostre risposte alla pandemia è non solo decisiva, ma anche estremamente eloquente circa lo statuto, il valore e la portata delle risposte alla domanda su cosa si debba fare.

Affermare che ogni essere umano è un fine in se stesso non significa sancire un principio metafisico o antropologico. Significa, al contrario, comprendere che la totalità delle pratiche che definiamo umane deve avere un orientamento definito. Significa cioè ripensare il rapporto tra mezzi e fini. I primi devono essere subordinati, a qualunque livello se ne voglia discutere: scientifico, socio-economico, politico-giuridico. La pandemia non sta facendo emergere alcuna contraddizione, sta solo rendendo più facile il lavoro di quanti dedicano i loro sforzi a coglierle e discuterle, perché le rende palesi, le illumina. Le contraddizioni sono lì da sempre, e sono tutte in ultima istanza riconducibili all’inversione del rapporto tra mezzi e fini e alla trasformazione in mezzo di ciò che deve essere soltanto fine. Un meccanismo istituzionale che cede a moventi economici di cui siano in pochi a beneficiare a discapito della tutela generale della salute è in questo senso un problema. Allo stesso modo lo è l’assenza di un differente meccanismo istituzionale che tuteli la totalità di quanti vengano a trovarsi privi dei mezzi necessari per preservare la propria dignità e tutelare la propria salute.

Molteplici pratiche che sembrano compromettere lo statuto morale dell’essere umano come fine in se stesso sono state e sono legalmente e giuridicamente istituite e autorizzate. Siamo forse abituati a pensare con maggiore facilità alle limitazioni della libertà religiosa o a pratiche che sembrano retaggi di un mondo che non sentiamo nostro, ma questi esempi sono forse fin troppo lampanti per risultare efficaci. Cosa pensare del mancato accesso alla tutela sanitaria in ragione della propria provenienza geografica o della mancanza dei mezzi economici richiesti da un mercato? Cosa pensare dei malriusciti tentativi di regolamentazione del mercato finanziario aventi per effetto un sempre crescente aumento delle diseguaglianze? Si tratta forse di ragionevoli tutele della proprietà privata e del libero mercato? Dovremmo realmente fare affidamento su argomenti del genere anche per il mercato delle armi – la cui resa economica supera di gran lunga i mezzi destinati dai governi a livello globale a settori quali sanità e ricerca scientifica?

Pratiche di questo tipo – politiche e giuridiche – dovrebbero essere percepite come bersagli, non dati di fatto. Dovrebbero perché contravvengono a quanto abbiamo il dovere di fare e viziano il modo in cui dobbiamo agire. Non promuovono né preservano fini, ma sono asservite a mezzi – spingendosi talvolta a degradare fini a mezzi. In tal senso, già nel 1784 Kant, nella sua Idea, ci metteva in guardia dall’invenzione del debito pubblico, prospettando problemi che solo una confederazione di stati avrebbe potuto pensare di risolvere. La lezione che dovremmo trarre riguarda naturalmente la dimensione della politica, delle leggi che disciplinano i nostri rapporti sociali e che sono chiamate a tutelare i nostri diritti e la nostra libertà.

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Quando Kant (Per la pace perpetua) descrive il politico morale come colui che promuove leggi positive in accordo con i principi della morale ha indubbiamente in mente quella che anacronisticamente potremmo chiamare la classe dirigente. Sarebbe tuttavia miope pensare che la dimensione politica sia esclusivo appannaggio di chiunque svolga un ruolo istituzionale più o meno definito. Se la politica deve dare sostanza alle necessità della morale nessuno, a nessun livello, può ritenersi esonerato dal dovere di fare la propria parte. Ogni cittadino dovrebbe potersi pensare al modo di un politico morale, vale a dire al modo di un agente consapevole della necessità di una traduzione in chiave normativa, giuridica e infine istituzionale di quella dimensione etica che giustifica il predicato umano accanto al soggetto essere. Anche in questo caso, non è forse una responsabilità condivisa quella di agire e pensare in conformità ai nostri diritti e doveri morali e civili? Dall’osservazione più o meno scrupolosa di delibere e provvedimenti legislativi alla sopportabilità relativa di innumerevoli e variegati sacrifici della sfera personale, cosa può insegnarci la pandemia – cosa può quindi insegnarci la nostra reazione a essa – in merito al nostro proprio modo di vivere una dimensione irriducibilmente plurale?

Le risposte sono ovviamente molteplici e naturalmente diversificate. È tuttavia pur sempre possibile valutarne la differente tenuta e consistenza, proprio perché disponiamo del criterio della conformità e subordinazione dei mezzi al fine – incluse quelle di una riflessione che dovrebbe sempre essere svolta con la massima serietà e il massimo rigore, con uno sguardo attento e capace di non limitarsi a guardarsi allo specchio e un discorso che ambisca a fare a meno di letture sorde e autoreferenziali. Chiunque scelga di dedicarsi con leggerezza all’arte sofistica del dire quello che pensa senza pensare a quello che dice – involontariamente, per mediocrità o volutamente, per malafede – non è degno di fregiare i propri deliri del titolo di filosofia. Tantomeno potrà mai essere autenticamente capace di insegnare qualcosa. L’invito è a scegliere con molta cura i propri maestri, a distinguere i filosofi – a qualunque livello – dagli elargitori di opinioni e pareri, ad ascoltare chi ha il coraggio di sforzarsi di comprendere cosa si ha il dovere di fare rispetto a chi si affretta a dire cosa (non-)pensa di quel poco che si illude di vedere. La cecità di chi – infangando il nome e i fini di quell’anelito per il sapere che titola i meritevoli sforzi di molti – sfrutta a proprio piacimento le circostanze attuali per fare mercato dei propri sofismi, deve essere smascherata senza remore.

I tempi impongono pensieri che possano percorrere saldamente i binari del sapere e del dovere. Come per Kant, i tempi impongono coraggio.

 

 

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