Post-coronial Studies. Il giorno in cui siamo diventati ciò che eravamo. Coronavirus tra reale e fantasma

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di Sara Guindani

Che il coronavirus sia ormai parte della nostra realtà (sanitaria, economica, sociale, politica…) non vi è alcun dubbio e chissà per quanto tempo. Quello che però vorrei trattare in questo articolo è come questo virus abbia iniziato ad abitare la nostra realtà psichica, quali effetti esso abbia prodotto sulla soggettività – che intendo qui in maniera intimamente correlata, e non dicotomica, alle altre realtà sopracitate.

Ovviamente, e a giusto titolo, si sono evidenziati gli effetti ansiogeni e negativi di questo virus e della situazione sociale che ha causato: un franco aumento delle turbe del sonno è stato constatato ovunque, turbe alimentari e depressive, per non parlare della tristissima intensificazione delle violenze domestiche conseguenti alla situazione di confinamento. 

Si è parlato di queste situazioni in termini di epifenomeni dello stato di crisi che abbiamo appena attraversato. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, si tratta piuttosto di intensificazioni di stati psichici o di disfunzioni relazionali già presenti prima della recente crisi sanitaria e su cui quest’ultima sembra avere puntato una lente. La “crisi” non sembra pertanto un vero trasformatore quanto piuttosto un rivelatore, una sorta di filtro attraverso il quale la realtà del soggetto si sviluppa 

Talvolta la costrizione tra le mura domestiche ha semplicemente fatto prendere coscienza ad alcuni di quanto fossero già “confinati” – in un lavoro frustrante, in ritmi quotidiani disumani, in una relazione amorosa divenuta intollerabile, etc…

Liberati dagli effetti anestetici dell’alienazione quotidiana, ci siamo ritrovati faccia a faccia con le nostre scelte: “tu sei questo”, era il mantra pronunciato dalla ripetizione ad oltranza di una stessa giornata. 

E c’è da chiedersi se questo effetto rivelatore puntato sulle nostre singole vite, non abbia un analogon anche a livello socio-politico: pensiamo al venire allo scoperto delle aberrazioni socio-politico-sanitarie di alcune zone del mondo, dallo scandalo sulla gestione “caotica” della Lombardia, all’ingiustizia sociale endemica negli Stati Uniti giunti proprio in questi giorni alla soglia di una guerra civile.

Tuttavia è interessante notare che, dal punto di vista clinico, si sono manifestati anche fenomeni contrari: persone solitamente affette da turbe piuttosto invalidanti a livello sociale – come per esempio disturbi ossessivi del comportamento o disturbi paranoidi della personalità – che riacquistano fiducia e presentano miglioramenti. Ognuno di noi si dev’essere interrogato davanti al comportamento di un amico o di un collega che presentava, in grado d’intensità maggiore o minore, questa stranezza e discordanza con la situazione sociale condivisa. Cosa succede dunque in queste persone? 

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Innanzitutto c’è da ricordare che spesso una situazione dalle forti componenti depressive può generare reazioni di tipo maniaco. È ciò che constatiamo spesso dopo episodi traumatici della vita, siano essi lutti o separazioni volontarie, in cui prevale la negazione della valenza depressiva dell’evento e la ricerca di una continua eccitazione (con una possibile fuga nelle sostanze psicotrope, nelle plurime conquiste amorose o semplicemente in ritmi sfrenati di lavoro). 

Reazioni maniache, sia a livello collettivo che individuale, che si possono riscontrare anche in questo momento sociale dalla forte tonalità depressiva: gli applausi e i concerti ai balconi sono una blanda e naturale declinazione di questo tipo di reazione. 

Talvolta tuttavia è proprio l’orrore del reale in quanto tale a indurre uno stato di benessere. 

In un articolo recente sul quotidiano la Repubblica, Massimo Recalcati segnalava come in taluni casi l’irruzione di un reale orribile preservi da una decompensazione psicotica. Quando il reale assume su di sé tutti i fantasmi più morbosi, in qualche modo essi trovano un contenimento “oggettale” e per questo sono resi, malgrado tutto, più rassicuranti. Già Freud aveva notato quello che si può constatare spesso in un reparto di psichiatria: la malattia organica viene a lenire il deliro, si incarica di esprimere per via somatica la disorganicità della vita psichica. 

Il fenomeno raggiunge tuttavia il suo parossismo quando non è solo il corpo individuale a disorganizzarsi ma bensì tutto il corpo sociale. I pensieri morbosi di contaminazione, tanto frequenti negli psicotici, si rivelano corretti e a mettercene in guardia attraverso discorsi alla Nazione sono proprio figure grandiose come il presidente della Repubblica o il primo ministro… il delirio psicotico trova nel reale un’eco a tutte le sue logiche: megalomania, contagio globale, diffidenza e controllo sociale, ingiunzioni di ripiego e isolamento. Le fantasie paranoidi non sono più ciò che esclude dal sociale ma al contrario ciò che lo organizza retrospettivamente come visione profetica.

Riguardo alle profezie, bisogna dire che questo genere di esercizio ha conosciuto in questo periodo una seconda giovinezza – e non mi sfugge la contraddizione di stare scrivendo in un una cornice, quella dei “post-coronial studies”, che ci invita proprio a tentare di guardare nella sfera di cristallo. Tuttavia ho l’impressione che l’esercizio della profezia celi in sé qualcosa di insidioso. Essa si richiama a un futuro già scritto in anticipo e che dovrebbe semplicemente essere scoperto. In essa si pensa una temporalità che Jacques Derrida definirebbe della pura presenza, come se il futuro non fosse che un presente spostato in avanti, e non un tempo misterioso, intermittente e manchevole. Ma soprattutto, l’esercizio della profezia implica un fatalismo, una rassegnazione. L’avvenire è già dispiegato, deve solo arrivare. Nel futuro della profezia manca la dimensione politica e sociale: come il tragico destino di Edipo, esso deve solo compiersi e qualsiasi azione per scongiurarlo non farà al contrario che confermarlo. 

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Per questo la prudenza sembra d’obbligo rispetto a quest’esercizio. Interessante mi sembra a questo proposito la posizione sostenuta dal filosofo e sociologo Hartmut Rosa, grande teorico dell’accelerazione. A chi lo interrogasse sulla prodigiosa decelerazione generata dal Covid19, che avrebbe dovuto aprire una nuova epoca di cui era chiamato a essere uno dei primi apostoli, Hartmut Rosa ha risposto perentoriamente dicendo che in essa riconosceva lo stesso motore che aveva sospinto fino ad allora il movimento di accelerazione. Non si tratta dunque di un cambiamento di paradigma ma semplicemente della rivelazione di quello che si celava in esso (il collasso di una società, l’espressione della sua distruttività o ancora, per utilizzare la felice formula di Jacques Derrida, la sua sindrome “autoimmune”). Non trattandosi di un cambiamento strutturale, il mondo sarebbe ritornato di per sé tale e quale. Nessuna decelerazione miracolosa, nessun risveglio nell’utopia. Per dirla con un gioco di parole: non una rivoluzione, solo una rivelazione. 

Quello che conta risiede però in ciò che questo momento ha reso visibile, ovvero la possibilità stessa della decelerazione, e i suoi effetti tanto reali e immediati.

Questa possibilità può e deve essere allora un incentivo a un’azione politica e sociale. Azione che resta tuttavia ancora tutta da fare e da pensare, nella singolarità e nell’imprevedibilità che caratterizza ogni a-venire, sola garanzia della libertà del soggetto e dell’azione collettiva. Il Covid-19 ci avrà insomma forse rivelato chi siamo, ma chi saremo sta ancora a noi dimostrarlo.

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