Post-coronial Studies. La morte dell’arte per COVID-19

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di Enrico Terrone

Inizialmente, avevo pensato di impostare questo pezzo come una riflessione sui film più adatti a rappresentare la situazione che stiamo vivendo a causa del COVID-19. Avevo scelto di intitolarlo “Bentornati nel deserto del reale” per evidenziare che, in aggiunta ai film catastrofici su virus e pandemie, ad esempio il sottovalutato Contagion (2011), mi sembrava importante considerare anche quei film fanta-informatici, come lo stranoto Matrix (1999), che contrappongono uno spazio reale lugubre e desertificato a uno spazio artificiale nel quale sembra invece pullulare la vita. È la proverbiale scelta fra la pillola blu e la pillola rossa, che però, per noi, ora, ha condizioni differenti da quelle su cui ragionavano a loro tempo Morpheus e Neo: la pillola rossa significherebbe avventurarci nelle strade deserte mettendo a repentaglio la nostra e l’altrui salute, per cui pare più assennata la scelta della pillola blu, con il suo spazio artificiale nel quale abbiamo trasferito varie attività che in precedenza svolgevamo nello spazio reale non ancora desertificato.

Nel ragionare su quale pillola scegliere ho finito tuttavia per focalizzarmi su una particolare attività che in questo periodo pare anch’essa migrata dallo spazio reale a quello artificiale: l’arte. L’anglicismo ‘lockdown’ è stato criticato dai soliti puristi ma è difficile trovare un termine italiano che esprima altrettanto bene una situazione che è al tempo stesso di isolamento sociale e di blocco produttivo. Questa duplicità del termine ‘lockdown’ permette di formulare con chiarezza la condizione paradossale che l’arte sta vivendo. Da una parte, il lockdown inteso come isolamento sociale ha aumentato il tempo disponibile per esperienze di apprezzamento di opere d’arte, soprattutto quelle musicali, letterarie e cinematografiche. Dall’altra, il lockdown inteso come blocco produttivo ha ridotto ai minimi termini la produzione artistica. Vivevamo in una società in cui si produceva molta più arte di quanta se ne consumasse, ma negli ultimi mesi non si è mai consumata così tanta arte e, al tempo stesso, non se ne è mai prodotta così poca.

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In questa situazione inedita, a molto parziale compensazione dell’angoscia morale per la catastrofe sanitaria e la strage di innocenti, si potrebbe provare un senso di sollievo estetico nel non dover più inseguire le ultime novità in questo o quell’altro dominio artistico, nel non dover più stare al passo con i tempi. Nel vuoto creato dal crollo della produzione artistica, posso iniziare la lettura di romanzi che non avevo mai trovato il tempo di leggere, riascoltare dischi che non ascoltavo da tempo, vedere finalmente quei film di cui avevo sempre rimandato la visione. È un dato di fatto che non basta una vita intera per apprezzare tutte le opere d’arte che si vorrebbero apprezzare e che meriterebbero di essere apprezzate. Ma allora, perché continuare a crearne di nuove? Non sarebbe meglio concentrare le nostre limitate energie su quella quantità sterminata di opere che già abbiamo a disposizione? Il lockdown non ci sta forse rivelando un modo meno ansiogeno, più gratificante, più appropriato, di vivere il nostro rapporto con l’arte?

Sarei tentato di rispondere positivamente se non fosse che c’è qualcosa di insopportabilmente lugubre in questa prospettiva. Hegel parlava di morte dell’arte nel senso di un superamento dell’attività artistica in direzione di forme superiori di conoscenza quali la religione e la filosofia, e Danto ha offerto una variazione novecentesca sul tema hegeliano parlando di un superamento dell’arte in direzione di un ripiegamento riflessivo sull’arte stessa. Ora, la morte dell’arte per COVID-19 non è esattamente quel che Hegel o Danto avevano in mente, ma resta l’idea di un superamento dell’arte, intesa come creazione di opere, in direzione di un nuovo atteggiamento cognitivo: l’esplorazione di un immenso repertorio di opere, finalmente sottratto al flusso del divenire.

Il problema è che questo repertorio assomiglia a un camposanto, il che rende la locuzione “morte dell’arte” particolarmente saliente. O, se si preferisce, questo repertorio assomiglia a un paradiso, che è però quello lugubre e inospitale cantato dai Talking Heads: “Heaven / Heaven is a place / A place where nothing / Nothing ever happens”. Il problema, fuor di metafora, è che l’arte non è riducibile alla dimensione, pur gratificante, dell’esperienza estetica. L’arte è innanzitutto un fenomeno storico; volendo parafrasare un’altra celebre locuzione hegeliana, è la propria epoca appresa con le immagini. Dunque il paradiso dell’arte che il lockdown sembra offrirci, per quanto allettante possa sembrare, non è più arte, perché ha perso la sua essenziale connessione con la storia. Per continuare a esistere come tale, l’arte deve continuamente produrre nuove opere, tenendo il passo degli eventi storici. Immagine Terrone 2

Nel suo libro La fidanzata automatica (2007), Maurizio Ferraris ha giustamente insistito sul fatto che le opere d’arte sono “cose che assomigliano a persone”. In tempi di lockdown, il nostro rapporto con le opere cambia proprio come quello con le persone. Non ci sono più occasioni per nuovi incontri e nuove amicizie, ma in compenso la sovrabbondanza di tempo e le risorse telematiche ci regalano conversazioni in videoconferenza con gli amici di una vita, anche quelli che non riuscivamo a sentire da mesi se non da anni. Ancora una volta c’è però qualcosa di eccessivamente artificioso e in fin dei conti luttuoso. L’amicizia, come l’arte, non può coniugarsi solo al passato: ha bisogno di presente e futuro, ha bisogno di stare al passo con la storia. 

Quando la storia si sarà rimessa in moto, quando si sarà passati finalmente dal “coronial” al “post-coronial”, occorrerà tenere a mente la consapevolezza di aver troppo spesso rincorso le effimere novità del mondo dell’arte, lasciandoci guidare dalla curiosità o dalla chiacchiera o dal timore di sembrare obsoleti. Il lockdown ci ha ricordato che l’arte non è soltanto la schiuma del presente; anzi, i suoi tesori più preziosi si trovano proprio nelle profondità del passato. Ma senza presente e senza futuro, senza quel continuo cambiamento storico che ha luogo nel deserto del reale, non ci può essere arte. La pillola rossa resta quella giusta da prendere, possibilmente dopo essersi lavati per bene le mani.

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