Post-coronial Studies. Vedere, isolare, rispondere. Rapidamente

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di Tiziana Andina

“We can’t say we’re lucky with Ebola because obviously it’s having a devastating effect in West Africa but it is not airborne in its transmission. There may and likely will come a time in which we have an airborne disease that is deadly.” La citazione è estratta da una conferenza tenuta da Barack Obama nel 2014, in occasione della visita al National Institutes of Health (NIH) a Bethesda, nel Maryland. Il tema dello speech era l’Ebola, ma le considerazioni di Obama che per noi oggi sono più interessanti riguardano i rischi pandemici che la globalizzazione avrebbe probabilmente portato con sé: “And in order for us to deal with that effectively, we have to put in place an infrastructure — not just here at home, but globally — that allows us to see it quickly, isolate it quickly, respond to it quickly.”

Sono ormai diverse le testimonianze che attestano una certa consapevolezza in ambiti diversi della società circa i rischi pandemici connessi alla globalizzazione la quale implica, tra le altre cose, la possibilità per milioni di persone di fare il giro del mondo in poco più di un giorno, cosa che rende qualunque rischio pandemico più acuto e prossimo. Lo stesso scenario è stato descritto un anno dopo, nel 2015, da Bill Gates, il fondatore della Microsoft, nella conferenza TED dal titolo: The next outbreak? We’re not ready.

Arthur Danto, un filosofo statunitense che si è ampiamente occupato di filosofia della storia, ci ha insegnato come la storia non possa che essere scritta dal futuro: il che significa, grosso modo, che esiste una enorme differenza tra la semplice registrazione degli accadimenti e dei fatti — operazione che spetta ai cronisti — e la tessitura della narrazione storica. La storia prevede un racconto che includa la presa in carico degli effetti, perché è certo che le decisioni, le decisioni mancate, le azioni così come la loro assenza, implicano effetti i quali sono forse la parte più importante del racconto. Dal nostro punto di osservazione sappiamo oggi che Obama e Bill Gates, così come tutti coloro i quali avevano paventato la concretezza del rischio pandemico, avevano ragione.

Ora, credo che nel mezzo del disastro nel quale ci troviamo, almeno una cosa non dovremmo davvero lasciarcela sfuggire: comprendere come è potuto succedere che il mondo, ovvero le istituzioni che lo governano, si sia preso una cantonata questa sì, globale. L’analisi è ovviamente complessa e richiederà tempo, tuttavia, in via preliminare, vorrei provare a suggerire alcune parole chiave che potrebbero essere utili per orientarla: analizzare, immaginare, decidere, possibilmente applicando criteri di giustizia transgenerazionale. Proverò a mostrare come tutte e tre queste parole abbiano a che fare con l’importanza di non limitarci a mappare la realtà per provare poi a occhieggiare timidamente nella direzione del futuro. Il futuro va orientato, se non vogliamo affannarci a rincorrerlo ed esserne infine travolti.

Analisi. Abbiamo strumenti potenti e raffinati quanto mai prima d’ora per poter effettuare analisi. E, infatti, generalmente le analisi sono corrette. Le tecnologie digitali e la mole infinita di dati che i nostri comportamenti producono e che i giganti del web raccolgono e puntualmente processano, consentono di elaborare analisi molto precise circa i comportamenti, le relazioni, i gusti, le preferenze, le credenze. Insomma disponiamo delle capacità di produrre mappe a gran molto sottile della realtà che siamo. E, infatti, sia il presidente Barack Obama sia Bill Gates non guardavano nella sfera di cristallo, semplicemente leggevano una realtà che già diceva molte cose di sé sei anni fa. Questo suggerisce che il problema non è quasi mai nell’analisi, ma nelle due fasi successive, ovvero nell’immaginare e nel decidere. Ma che cosa significa, esattamente, immaginare, in questo contesto?

Immaginazione, ovvero Backcasting. Opportunamente Danto c’insegna che per scrivere di storia bisogna farlo dal futuro, il presente, al più, può produrre la cronaca di se stesso. Per paradossale che possa sembrare, invece, se vogliamo instaurare un rapporto autentico ed efficace con il futuro dobbiamo immaginarlo, dal presente. E’ ciò che gli scienziati sociali definiscono Backcasting, operazione che potremmo riassumere in questo modo: stabilire dove vogliamo andare costruendo scenari diversi, tutti auspicabili, arrivarci con l’immaginazione, ideando mondi possibili e poi percorrere la strada che ci separa da quei mondo a ritroso, impegnando tutti gli strumenti utili e adeguati alla realizzazione del nostro obiettivo. In effetti, il futuro abita soltanto nella nostra immaginazione, letteralmente parlando non esiste, per cui dobbiamo immaginarlo e poi costruirlo; altrimenti emergerà da sé in modi scomposti che spesso non ci piaceranno affatto.

Prendiamo per esempio, il nostro sistema sanitario nazionale. E’ un tassello importante del sistema di welfare. Oggi sappiamo, ce lo dicono le precedenti pandemie, nonché i dati che abbiamo a disposizione sui comportamenti delle persone e sulla trasformazione degli ecosistemi, che siamo e saremo particolarmente esposti a rischi pandemici.

La carta costituzionale (art. 32) definisce d’altra parte la cornice entro la quale possiamo progettare come vorremmo che diventasse. Come potrebbe essere tra dieci anni? La pandemia ha rivelato molte cose: criticità importanti — anche in quelle regioni del nostro paese che pensavamo fossero ben organizzate e all’avanguardia — e punti di forza che hanno permesso al sistema di non cedere completamente anche sotto una pressione enorme. L’analisi dovrà entrare nel dettaglio delle migliaia di informazioni che questa tragedia ci ha fornito per metterle a fuoco e analizzarle con precisione. Ma poi dovremo chiederci come dovrebbe essere il sistema sanitario che vorremmo avere in un futuro prossimo e nel futuro a medio termine. Dovrebbe essere più centralizzato o più localizzato? Più specializzato o più generalista e quanto specializzato e quanto generalista? Potrebbe essere più giusto nel senso di diventare uno strumento efficace di redistribuzione della ricchezza? Come lo renderemo sostenibile evitando di lasciare alle generazioni future un debito enorme collegato ai sistemi di cura? Come pensiamo il rapporto tra giovani ed anziani in termini di spesa sanitaria e di accesso alle cure? Generalmente sono gli anziani a ad aver bisogno di più cure, poiché presentano spesso problemi di co-morbilità, questo fa sì che sia questa categoria di persone ad utilizzare la maggior parte delle risorse pubbliche allocate su questo specifico capitolo del welfare. Tuttavia abbiamo visto che di fronte a pressioni eccezionali del sistema sanitario gli anziani sono anche coloro i quali vengono più sacrificati in termini di offerta della prestazione sanitaria. E’ questo il sistema sanitario che vogliamo? Come attutiremo i rischio di escludere dalle cure chi è più anziano e come riequilibreremo la spesa in favore delle generazioni più giovani che fanno meno uso della sanità?

 

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Queste sono solo alcune delle domande che dovrebbero guidare il lavoro di backsting che sarà finalizzato alla produzione di una serie di scenari auspicabili tra i quali il decisore politico, attraverso i meccanismi della rappresentanza, dovrebbe poi scegliere. E per scegliere è necessario esercitare il potere della decisione.

La costruzione di scenari implica e richiede normatività, cosa di cui dobbiamo essere consapevoli. Il punto, però, credo sia questo: è possibile lasciare l’azione sociale all’autoregolamentazione? Abbiamo avuto infinite prove del fatto che il sistema non si autoregolamenterà: emergerà quello che emergerà, facilmente il caos.

Decisione, ovvero agire con efficacia e giustizia. Una delle criticità più diffuse degli ordinamenti democratici, specie nel caso in cui siano governati da leader carismatici o partiti populisti, è la mancanza di capacità di decisione. Il populismo, d’altra parte, si distingue per la disposizione a svalutare le forme e le procedure della democrazia rappresentativa, per l’iper-valutazione di leader carismatici e, infine, punto che mi pare sia emerso con chiarezza in queste settimane, per attuare tecniche di differimento della decisione. Le cose non vanno meglio per i governi meno segnati dalla cifra del populismo, poiché, in generale, la misurazione quotidiana del consenso resa possibile dalle nuove tecnologie, è un problema che affligge tutte le democrazie occidentali, minando di fatto l’efficacia del concetto di rappresentatività politica.

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In generale, non si decide o si fatica a decidere, specie quando le decisioni potrebbero scontentare nell’immediato l’elettorato i cui umori sono, per loro natura, instabili. In questo quadro, l’azione politica diventa mimesi della volontà degli elettori, e cessa di essere azione di rappresentanza. Come è noto, Hobbes parlava di persona ficta per alludere alla funzione di rappresentazione del sovrano così come delle assemblee. Rappresentare una collettività significa esercitare il potere della decisione che è frutto della mediazione e della sintesi delle esigenze di coloro i quali sono rappresentati. Lo strumento della rappresentanza politica rende possibile l’esercizio della decisione proprio perché si distacca legittimamente dalla mimesi delle volontà individuali. In questo quadro, l’esercizio della decisione è progettazione, sintesi, e scelta.
E’ utile notare come non possa essere che l’esercizio della rappresentanza a consentire che le decisioni vengano prese avendo presenti criteri di giustizia: viviamo in un paese nel quale il sistema del welfare è stato minato, tra le altre cose, da scelte politiche che hanno permesso a molti lavoratori del comparto pubblico di andare in pensione a poco più di quarant’anni. La crisi che stiamo affrontando certamente aggraverà un debito pubblico che per il nostro paese è già spaventosamente alto e che è stato contratto, per lo più, per ragioni clientelari. In questo caso, ovviamente, diversamente che in molte circostanze del passato, esistono ragioni di urgenza e di drammaticità che costringono alla scelta di aggravare il debito; tuttavia è bene tener presente che questo debito dovrà essere ripagato nel tempo, in molta parte da chi verrà dopo di noi. Perciò, a mio giudizio, è più urgente che mai che gli obiettivi di medio e lungo termine (la cosiddetta fase 3) escano dalla progettazione di scenari futuri, operazione che implica una presa di coscienza della specificità della realtà nella quale ci muoviamo e una presa di responsabilità, attraverso la progettazione e l’esercizio della decisione, verso il mondo nel quale vorremmo vivere.

 

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