Post-coronial Studies. Immersi in un laboratorio normativo

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di Angela Condello 

La pandemia da COVID-19 ha progressivamente causato, oltre all’emergenza sanitaria, anche un’emergenza economica e una politica: quest’ultima, in particolare, è stata letta da alcuni attraverso il paradigma filosofico-giuridico dell’eccezione, cioè della sospensione di un regime democratico e partecipato a favore della decisione. Ungheria e pochi altri casi a parte, al contrario, il rischio di questa lettura confusiva va evitato: nel momento che stiamo attraversando non c’è niente di eccezionale dal punto di vista giuridico. La situazione è, piuttosto, tale per cui ci troviamo immersi in un laboratorio normativo di cui stiamo facendo un’esperienza totale. Strumenti giuridici come la decretazione d’urgenza o la deroga ai trattati internazionali non sono affatto eccezionali, essendo previsti dalla Costituzione (art. 77) e dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo (art. 15). A fronte di questi strumenti, il diritto emergenziale che vediamo continuamente accrescersi, modificarsi e insinuarsi fra i ritmi delle nostre scelte quotidiane sta comprimendo i diritti fondamentali di tutti, senza eccezioni e in ragione di uno stato di necessità. In ragione, più precisamente, dell’esigenza di bilanciare le libertà di ciascuno con il diritto collettivo alla salute, che è un bene fondamentale di tutti. Per farlo, le operazioni giuridiche emergenziali possono intervenire solo a certe condizioni: lo stato dev’essere quello di necessità; si deve comunque rispettare una logica proporzionale; non devono potersi adottare altre misure, e infine le misure introdotte non dovrebbero pregiudicare il nucleo essenziale dei diritti fondamentali. 

Così, da circa un mese e mezzo, un giorno dopo l’altro, ci accade qualcosa che sarebbe stato prospettabile solo attraverso un esperimento mentale: rispettando (chi più, chi meno) i canoni che hanno reso le nostre giornate molto simili a uno studio dentro un laboratorio di norme, facciamo esperienza quotidiana di che cosa sia il diritto, del suo impatto e della sua presa sulla vita. Agiamo, in altre parole, come cavie in un modello che sarebbe stato utile a un normativista come Hans Kelsen (altro che Schmitt). Vediamo comprimersi, contemporaneamente e in ragione della stessa fonte normativa (altra situazione forse senza precedenti), la libertà personale, la libertà di movimento, la libertà di iniziativa economica – tra le altre. Al tempo stesso e simmetricamente, ci esponiamo e mettiamo in circolazione (più o meno volontariamente) dati che ci descrivono e che sono utilissimi a soggetti di cui ignoriamo i connotati.

Sono decenni che, specialmente nell’antropologia giuridica, si parla di legal consciousness, cioè di come percepiamo e comprendiamo un artificio intangibile come il diritto, che (quasi sempre) ci vincola senza che ne abbiamo completa percezione. Questo sembra invece essere l’anno della grande “rivincita” di una categoria che sembrava utile, finora, solo ad alcuni studiosi delle tribù aborigene nel deserto australiano: la legal consciousness sta permeando il nostro immaginario ben più di quando – del tutto automaticamente – ci fermiamo ai semafori o paghiamo i tributi. Ci aspettiamo generalmente che il diritto sia quasi impercettibile all’esperienza quotidiana, perché la società ci abitua alla sua presenza e così lo rende onnipresente ma invisibile. Oggi, nel laboratorio, ciascuno di noi torna a vivere la sensazione vissuta da un bambino di tre anni a cui si dice che non può mangiare la caramella che vuole mangiare (e subito!): oggi torniamo a sentire le catene. Siamo, così, in grado di rappresentarci i vincoli che il diritto istituisce per il contenimento delle nostre pulsioni e dei nostri bisogni, dal mattino alla sera, perché di questi vincoli facciamo esperienza diretta, prolungata e ininterrotta. Proprio come in un laboratorio, la condizione attuale ci permette di guardare con una lente d’ingrandimento nel nucleo del concetto di diritto, svelando alcune delle questioni su cui è fondata la relazione tra gli individui e la legge. In primo luogo, la prospettiva “privilegiata” in cui siamo immersi ci mostra una interessante piega del rapporto tra diritto e forza – un tema che ha attraversato la storia del pensiero giuridico sin dall’antichità, e che ritroviamo in Montaigne, Pascal e da ultimo anche nelle bellissime pagine di Derrida sul fondamento mistico dell’autorità giuridica. Alla luce dell’esperienza che stiamo vivendo, l’aspetto che sembra emergere è che nel rapporto tra il diritto e la forza non si possa trascurare l’elemento cooperativo che rende possibile la presa che le norme hanno sulla nostra vita. In altri termini, questi decreti hanno spesso toni generali e astratti più di quanto non sia consueto per le norme giuridiche, e addirittura nei primi decreti si trovavano espressioni come ‘è consigliabile’, o ‘sarebbe preferibile’. Ciononostante, a parte alcune eccezioni, sembra che queste norme siano ampiamente rispettate. Perché? In che modo e perché sta variando il grado di legal consciousness rispetto alla situazione attuale? Se nel rispettare il rosso di un semaforo ci adeguiamo a una normatività pratica a cui siamo abituati, dando per scontata la legittimità della fonte normativa, in quel caso l’abitudine ce lo fa percepire come un adempimento della nostra volontà, nella forma di rispetto verso una legalità “quotidiana” che dobbiamo alla società cui partecipiamo. Nel caso dei decreti, è ancora più percepibile la natura eteronoma della fonte dell’obbligo di fare o non fare; ciò che però li rende particolarmente efficaci, più che la paura della sanzione, è il contenuto e il fine che quella norma vuole realizzare (la maggior sicurezza per tutti). Oltre a questo, per chiudere su questo primo punto, è senz’altro presente anche un timore individuale per le eventuali conseguenze che il contagio potrebbe avere su di noi e sulle nostre famiglie. Detto altrimenti, oltre alla forza derivante dal loro contenuto, questi decreti sono così efficaci perché la situazione generale sembra aver risvegliato una paura, un metus di hobbesiana memoria, che ci riporta in un nuovo, riscoperto stato di natura.

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Veniamo ora al secondo aspetto. Mentre assistiamo alla reviviscenza di categorie, come appunto lo stato di eccezione, che sembrano buone per tutte le stagioni della storia (non essendolo affatto), avremmo invece davanti l’occasione di comprendere che cosa significhi, per ciascuno e per tutti, obbedire alla legge per assistere, infelici, ai benefici “sacrificali” della civiltà o Kultur, per dirla con Freud. Si tratta di un’opportunità. In effetti, la tensione tra le nostre pulsioni e la forza regolamentatrice dei (quasi) quotidiani decreti che ci accompagnano, ci sta mostrando – quasi cent’anni dopo la psicoanalisi freudiana della società – come le relazioni umane possano essere produttive solo a fronte di corrispondenti repressioni. Nel disegno freudiano, l’uomo primordiale stava meglio di noi perché non conosceva repressioni. Eppure, la sua condizione era migliore solo apparentemente, perché della sua libertà poteva godere ben poco: senza privazioni per ciascuno, cresce infatti il disagio per tutti, nelle forme dell’insicurezza, della prevaricazione, della morte. 

In aggiunta a questo, e in terzo luogo, la mediazione tra la libertà individuale e il benessere per il maggior numero di persone sta mostrando tutta la sua fragilità: per quanto ragionevole sia la rinuncia che ci viene richiesta, il diritto nell’emergenza acuisce infatti la vulnerabilità di tutti. Di conseguenza, esso radicalizza anche la condizione di chi è ordinariamente vulnerabile: non solo, com’è ovvio per tutti, di donne bambini e anziani, ma anche di migranti, detenuti, ragazze madri nelle case-famiglia, lavoratori in nero che non esistono per la società ma sono tasselli delle nostre comunità. Il laboratorio normativo in cui siamo immersi si svela, dunque, come una cartina al tornasole dal carattere ambivalente: da un lato, esso enfatizza caratteri della regolazione sociale altrimenti impercettibili; dall’altro, questo laboratorio acuisce la ragion d’essere ma anche la precarietà della struttura normativa che informa la nostra regolazione sociale. Le leggi, in altri termini, sono artifici funzionali a realizzare un fine preciso: nel breve periodo, esse servono a condurci fuori dall’hobbesiano stato di natura e devono prevenire i rischi della lotta di tutti contro tutti. Nel lungo periodo, e attraverso le crisi storiche, dovrebbero però funzionare come i tendini per un organismo: compensando, frenando e spingendo laddove necessario. 

Lo scambio tra repressione e relazione deve, quindi, sempre mirare a qualcosa. Così, se da un lato sembra verosimile supporre che, in futuro, per quanto questo possa apparire incredibile, il pensare il diritto torni ad essere, quasi quattro secoli dopo Il Leviatano, il modo in cui prendersi cura della sopravvivenza della specie, dall’altro lato l’esperienza immersiva – tutt’altro che virtuale – che scandisce questo tempo dovrebbe, fuori da ogni retorica filantropica, condurci a riflettere sull’insufficienza degli strumenti non solo giuridici, ma anche istituzionali di cui disponiamo. Immersi in un laboratorio normativo, proprio come fanno gli scienziati e cioè osservando, inducendo o deducendo, perché e come funzionano gli oggetti sociali che chiamiamo ‘norme’, abbiamo l’opportunità di guardare al diritto attraverso alcuni dei valori che esso dovrebbe realizzare. Tra questi, indubbiamente, attraverso l’eguaglianza e la libertà: valori che da sempre sono complici e rivali, e tra i quali si deposita la possibilità – meglio: la speranza – di vedere realizzata una società ben funzionante.

 

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