Sui Post-coronial Studies

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di Giovanni Durbiano

Fioriscono i post coronial studies. Non c’è giornale, chat Facebook, gruppo WhatsApp, che in questi giorni non ospiti riflessioni sul modo in cui il virus cambierà il nostro modo di vivere. Chiusi in casa a seguire i dati della progressione della pandemia verifichiamo sulla nostra pelle quanto nostri timori e speranze private siano i medesimi dell’umanità intera. E quanto la nostra condotta personale sia perfettamente allineata allo spirito del tempo. Asserragliati nel nostro laboratorio universale speculiamo su cosa è oggi la vita quotidiana, e su come essa sarà domani.

Le ipotesi su come sarà il mondo quando l’emergenza sarà superata hanno traiettorie diverse: c’è chi punta tutto sull’aumento delle connettività della rete, chi al contrario immagina un ritorno ai valori tradizionali della natura e della comunità rurale, chi immagina ribaltamenti politici e chi teme svolte autoritarie. Seppur divergenti negli esiti, tutte le analisi condividono però un medesimo assunto, che è quello che la mutazione in corso sia mondiale.

Ogni riflessione sul futuro post emergenza assume infatti che, così come oggi condividiamo la segregazione, domani condivideremo il cambiamento. Se c’è invece una cosa che il virus ha reso evidente è come lo stesso problema possa ricevere soluzioni differenti in base a contesti specifici. Il contenimento dell’infezione può dipendere da una infinità di variabili, quali il costo del tampone, il grado di controllo sociale, l’adeguatezza del sistema sanitario, la rapidità delle catene decisionali, il senso civico cittadino, le forme d’uso dello spazio pubblico, la dimensione delle abitazioni, lo spirito di sacrificio dei singoli. Tutte variabili che dipendono strettamente dallo specifico contesto geografico e spaziale in cui sono radicate. 

Questa varietà di risposte al virus dei contesti fisici e sociali mostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, quanto i vettori della globalizzazione vadano declinati a partire dalle condizioni dei luoghi su cui essi atterrano. Se la Cina esce dal tunnel imponendo per decreto la quarantena a tutto lo Hubei, non è detto che in Lombardia sia sufficiente un’ordinanza. Se a Seul ogni fuga da casa può essere tracciata, a Torino non è possibile. Se la cultura mercantile anglosassone può considerare l’immunità di gregge, non può farlo quella familistica italiana.

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Il cambiamento verso cui stiamo correndo avrà certamente dei caratteri generali, su cui è opportuno cominciare a discutere, ma avrà anche tanti, tantissimi, caratteri particolari. Sui primi si dovranno attrezzare le comunità scientifiche, sui secondi si aprirà una partita innanzitutto politica (in previsione delle elezioni amministrative del 2021, che riguardano  alcune grandi città come Milano e Torino). L’occasione della definizione di una agenda locale per la tornata elettorale costituisce uno straordinario esperimento politico per capire la portata del cambiamento indotto nei diversi territori dall’irruzione del virus.

Quella dell’agenda locale è una partita specificatamente politica perché ha che fare con la ricostruzione delle convenzioni della nostra coabitazione futura. Ma è anche politica in un modo radicalmente nuovo, perché tiene strettamente insieme due dimensioni tradizionalmente separate dell’azione: la dimensione sociale e quella tecnica. Dopo il virus non si potrà più infatti dire che un valore (un diritto, un’abitudine, un’usanza culturale) non può essere negoziabile, perché stiamo tutti negoziando il nostro diritto a uscire di casa, né si potrà assumere una verità fattuale (una percentuale, una statistica) indipendentemente dalla fonte, perché abbiamo testato quanto il contesto condizioni il dato. Questa necessità di rinegoziare fatti e valori del nostro contratto sociale rende esplicita la dimensione intrinsecamente socio tecnica dell’azione politica, e la proietta in un quadro spazialmente determinato.

Se non sappiamo come cambierà il mondo, possiamo però immaginarci come può cambiare la strada sotto casa. Come il condominio può solidificare quelle reti di solidarietà sperimentate durante la segregazione. Come una comunità di quartiere può dotarsi di infrastrutture (non solo digitali) per riconoscersi come tale. 

Si apre nel post emergenza una stagione nuova per una azione politica locale. Un’azione che, proprio perché sta toccando tutti, può coinvolgere chiunque, a patto di mettere in causa il proprio modo di abitare un certo spazio. Un filo sottile riconnette i bisogni individuali all’azione politica: dalla camera alla città.

 

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