Post-coronial Studies. Quando il mondo tramonta

di Ernesto Sferrazza Papa

La pandemia di Coronavirus SARS-CoV-2 ha messo sotto scacco il mondo intero. Una dopo l’altra, tutte le parti del globo si sono trovate alle prese con un nemico tanto invisibile quanto pericoloso. Apripista la Cina, poi nell’ordine Europa, Stati Uniti, America del Sud. In attesa di verificare l’impatto, potenzialmente ancor più catastrofico, che il virus può avere sul territorio africano. La quarantena mondiale ha imposto una temporalità rarefatta, la cui unica cadenza è quella dei bollettini che vengono quotidianamente diramati. La vita ha preso un ritmo che è quello del fiato sospeso. 

Pericoloso in quanto invisibile, il virus richiede un inaudito sforzo immunologico da parte della società per poter essere fronteggiato. Frontiere serrate, isolamenti necessari, prossimità annullata. L’uomo è un animale sociale che, se vuole sopravvivere, deve smetterla di essere socievole. Nulla di più perturbante di un nemico che viene scoperto solo quando ha ormai colpito; nulla che richieda un impegno collettivo di tal fatta. Ma non eravamo preparati a nessuno degli sforzi che il contenimento dell’epidemia richiede. Nonostante le drastiche misure prese dai singoli governi, che lo scacco matto sia ormai alle porte è una percezione diffusa. L’impatto della pandemia è stato tale da farne un punto di non ritorno, una cesura storica. Il sacrificio è necessario, ma non è dato sapere quanto abbiamo sacrificato. Quando l’epidemia finirà, bisognerà aggiungere alla triste conta dei morti quella dei danni materiali e psicologici che il virus ci avrà portato in sorte. Quando giungerà il momento di fare l’autopsia dell’epidemia, dovremmo aggiungere al tavolo autoptico anche la nostra forma di vita. La pandemia decreta la fine di un mondo. Cosa succederà il giorno dopo?

In questo contesto, sembrerebbe legittimo cogliere la palla al balzo e addentrarsi in riflessioni su quanto la pandemia in corso sarà responsabile della fine del capitalismo; o, viceversa, su quanto il capitalismo sia responsabile della pandemia in corso. La critica radicale sta camminando su questo filo. È il caso, ad esempio, della querelle (a dire il vero, assai innocua) cha visto coinvolte le analisi di Slavoj ŽIžek e Byung-chul Han. Ma così proposta, come se la posta in gioco del virus sia il capitalismo monoliticamente inteso, la questione appare come una battaglia di profezie. E sembra anche argomento scivoloso, laddove la causa dell’epidemia viene fatta coincidere con l’insieme dei processi capitalistici. Tagliato così con l’accetta, questo argomento ha infatti un rovescio che certo non piacerebbe a chi lo impugna: pandemie ve ne sono state anche prima dell’affermazione di quel moloch che chiamiamo capitalismo, e il nesso specifico che connetterebbe necessariamente capitalismo e pandemia è quanto mai labile. A meno che tale nesso non venga individuato in processi sociali propri dell’attuale fase capitalista (come ad esempio la circolazione globale di individui che trasportano insieme al proprio corpo anche il virus). Tali processi, tuttavia, incorporano una serie di libertà (ad esempio la libertà di movimento tra Stati) la cui restrizione non fatichiamo a tracciare come illiberale, e che a malincuore stiamo metabolizzando. Bisognerebbe dunque districarsi da una rete a trama fittissima, nella quale ciò che causa la pandemia è allo stesso tempo ciò a cui non vogliamo rinunciare. 

Immagine Sferrazza 1

Invece di provare a stilare “le ricette per la trattoria dell’avvenire”, a mio parere ciò che qui e ora è possibile verificare è la messa in discussione di dettagli infimi della nostra vita, gesti quotidiani che strutturavano la vita in comune e le singole esistenze. Proviamo a vedere fino a che punto la fenomenologia della nostra vita quotidiana è rivoluzionata. Stringersi la mano e guardarsi negli occhi ci sembrano ormai azioni appartenute a un passato ormai tramontato. L’insieme delle micro-pratiche quotidiane che silenziosamente davano forma alla nostra vita è stato sospeso a tempo indeterminato. La fine del mondo, proclamata con toni d’apocalisse, è niente di più (e niente di meno) che la fine del nostro mondo, ossia è la messa in discussione di come abbiamo vissuto fino al giorno prima della diffusione globale del virus.

È a quest’altezza che va individuato il lato smaccatamente “biopolitico” di questa epidemia, laddove con questo aggettivo bisogna evitare d’inquadrare in modalità complottiste il fenomeno epidemico. Alcuni autori, con capocordata Giorgio Agamben, hanno puntato tutta la loro critica sull’uso da parte del Potere dell’epidemia. Agamben, a proposito dell’emergenza che il virus ha comportato, ha parlato di “invenzione”. Nulla di più comodo per il potere che agire mentre il mondo intero è in stato confusionario. Da questa prospettiva, le misure prima richieste poi imposte, barattando la libertà con la sicurezza e la sopravvivenza delle fasce più vulnerabili della popolazione, sono cavalli di Troia per far passare come ordinarie misure illiberali emergenziali. Questa strategia argomentativa mi sembra avere la forma di una teoria del complotto a bassa intensità: non indica per nome e cognome i colpevoli, ma incasella la molteplicità e la complessità del reale in una serie di categorie prefissate in grado di spiegarlo con grande semplicità. Ma la semplicità è qui sinonimo di semplificazione, e categorie come “biopolitica” o “stato d’eccezione” rischiano di diventare dei “tic” intellettuali se usate come parole apriti sesamo. Il fatto, ad esempio, che durante un’emergenza possano essere introdotte misure illiberali non implica né che l’emergenza sia inventata, né che quelle misure non siano necessarie; tutt’al più, ciò che viene richiesto è un impegno critico ulteriore, un vigilare affinché il cascame dello stato d’emergenza non sia la sua regolarizzazione.

C’è però, dicevo, un lato biopolitico della “situazione epidemica”, come la definisce Alain Badiou. Il virus è un fenomeno biologico ad alto impatto sociale. La grana biopolitica dell’epidemia in corso è precisamente questa: che un fenomeno biologico organizza la società a partire da imperativi che si danno per la prima volta solo in presenza di quel fenomeno. Questo però, ed è il punto che mi pare decisivo, non implica che quegli imperativi sociali, introiettati come pratiche necessarie, scompariranno una volta scomparso il virus. Rimanere a casa il più a lungo possibile, non stringere la mano, fare la spesa una volta alla settimana, dover certificare la propria presenza per strada, abituarsi al triage di guerra in tempo di pace: sono tutti micro-atti sociali la cui possibilità o impossibilità riposa non tanto nella biologia quanto nel rapporto tra la forma biologica del virus e le capacità dei corpi di reggerne o meno l’impatto. Ciò che apparentemente risulta in tutto e per tutto riconducibile al grado zero della biologia ha conseguenze sociali, etiche, politiche; e questo perché non esiste un mondo della natura contrapposto a un regno della natura, ma un embricarsi delle due dimensioni, che non possono mai essere pensate come autonome e indipendenti. La biopolitica del virus è tutta qui.

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Solo stando cuor contenti possiamo immaginare che le conseguenze di questa emergenza non affetteranno, a qualunque scala, la nostra vita quando la pandemia sarà affare del passato. La pandemia ha aperto una breccia nel tempo storico, lo ha interrotto e sconvolto, imponendo un prima e un dopo. Eppure, credo che il giorno dopo la fine del mondo apparirà come il giorno precedente. Nonostante ciò, qualcosa d’infinitesimale sarà cambiato. Piccoli gesti. Microfisiche. Dettagli. Inezie. Il mondo trasfigurato è un mondo in cui pochi atomi vengono spostati, ma quel poco può cambiare il corso della storia. Certo, in questi minuscoli spostamenti del mondo non potremo vedere alcun Messia, come una tradizione importante ha pensato. Adorno scriveva che per la filosofia “si tratta di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe”; ma queste prospettive sono qui e ora. Il mondo è già dissestato, fratturato, crepato. Eppure, questo mondo già trasfigurato, che già si appresta a finire, non sarà un mondo redento. Sarà semplicemente un altro mondo, cambiato di pochissimo eppure completamente differente. Un mondo che non siamo ancora in grado d’immaginarci, ma i cui segni già troviamo in questo. Ciò che viviamo in questi giorni di fiato sospeso è un’anticipazione del mondo che verrà. Il mondo sta vivendo il suo tramonto, laddove il tramonto non è la fine del mondo, ma semplicemente il suo finire. Per il momento, ci è dato solo ammirare il tramonto. Vedere tramontare il mondo: non poter fare a meno di pensare e vedere, insieme al mondo, anche la sua fine.

 

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