Post-coronial Studies. Eve of Distruction. Distruzione e consapevolezza tra Platone, Cicerone e la pandemia del 2020

di Federico M. Petrucci

Avanti, affermiamo che questa era la condizione delle faccende degli esseri umani allora, quando ebbe luogo la distruzione: un deserto pauroso e sconfinato, enormi distese di terra desolata, tutti gli animali scomparsi – e anche se in qualche armento e capre erano ancora là, erano almeno al principio troppo pochi perché chi li pascolava potesse viverne. (Platone, Leggi III 677e6-678a1) 

turner deluge.jpg
J. Turner, Shade and Darkness – the Evening of the Deluge

Per comprendere in che modo si possa fondare una costituzione politica nuova ed eccellente, persino l’Ateniese, interlocutore principale delle Leggi di Platone, deve guardare a modelli politici esistenti. Ma un modello politico e sociale immerso nella storia è il prodotto di un travagliato processo di formazione: solo il dio può generare compiutamente e senza processualità tutto ciò che esiste (Timeo 30a), mentre le vicende umane si snodano in una progressione di eventi e conflitti. Ecco perché, nel progetto delle Leggi, fin da subito occorre trovare quel momento a partire dal quale una certa epoca “umana” ha avuto inizio. Si tratta del momento della grande distruzione, di un diluvio che devasta tutto ciò che caratterizzava la civiltà precedente risparmiando solo alcuni esseri umani, i pastori rifugiati sui monti, che a fatica riescono a sopravvivere grazie al poco bestiame rimasto.

La rappresentazione platonica della distruzione che si abbatte su una civiltà, rendendone necessaria la rifondazione, affonda le sue radici in una memoria ancestrale, che all’inizio del Timeo Platone attribuisce ai sacerdoti egizi. Nel vano tentativo di rispondere all’impossibile compito di rappresentare degnamente le gesta storiche della città ideale, Crizia narra un discorso (originariamente offerto dai sacerdoti al sapiente Solone) che spiega perché gli Ateniesi non siano consapevoli della lunga storia della loro città, che migliaia di anni prima aveva combattuto contro Atlantide. La ragione è, appunto, l’abbattersi di una catastrofe su Atene, che al tempo della battaglia primeggiava su tutto il mondo conosciuto: ancora un diluvio, ormai perso nella memoria, aveva spazzato via questa comunità così potente (Timeo 23b-c) e non aveva risparmiato che pastori e bovari arroccati sui monti, interamente inconsapevoli di tali potenza e splendore (22d-e).

Ma perché il diluvio è una grande catastrofe? Per Platone non lo è certo per la morte che semina. Non si tratta solo di una questione storico-culturale – l’abitudine alla morte come avvenimento – né di una considerazione tutto sommato limitata per la morte come tale – conta più come si è vissuto che il fatto di morire. Il punto è che ad essere descritto è un evento identificabile come epocale, che impatta sul genere umano in senso non tanto quantitativo, ma qualitativo: il problema è che ad essere superstiti siano solo i pastori, non che questo sia causato dalla morte di un’enorme quantità di persone. Si potrebbe allora supporre, facendo soprattutto riferimento al Timeo, che il dramma risieda per Platone nella perdita dello “splendore” della civiltà precedente. Contro questa lettura valgono però tre considerazioni. In primo luogo, è probabile che il racconto di Crizia sia in qualche modo distante dalla sensibilità di Platone circa la lode dell’Atene pre-diluvio: se per Crizia è possibile pensare a una dimensione arcaica nel tempo in cui la città ideale è esistita, ciò è per Platone inconcepibile, almeno nei termini posti da Crizia. In altre parole, già dal punto di vista narrativo è probabile che Platone sia ben più interessato alle conseguenze del diluvio come tale che allo splendore economico della civiltà che il diluvio spazza via. In secondo luogo, vale sempre per Platone il principio per cui la ricchezza e la potenza apparente di una città non ne determinino automaticamente il valore. Infine – e questo è l’aspetto più importante – ciò che emerge sia dalle Leggi sia dal Timeo è che la comunità giunge dopo il diluvio a riappropriarsi di tecniche che consentono, si direbbe oggi, all’economia di “ripartire”: i diluvi si ripetono (Timeo 23b), le tecniche tornano a riaffiorare e la società come comunità economica risorge in attesa di una nuova distruzione. Virtualmente, dunque, l’affossamento economico non rappresenta un trauma, ma solo un rallentamento verso il ristabilirsi di una condizione che di fatto tornerà prima o poi in essere.

Il punto è un altro, e ben più profondo. Ciò che accomuna i reduci delle Leggi e del Timeo è una condizione puramente interiore: la dimenticanza di ciò che la civiltà a cui appartenevano, pur marginalmente, era. Nelle Leggi i pastori superstiti non sono tanto il nucleo da cui rifiorirà positivamente una civiltà, ma, in quanto ignari della civiltà precedente (III 678b1-3), sono soprattutto la più severa testimonianza di ciò che il diluvio ha portato via con sé, la memoria culturale della civiltà precedente. Nel Timeo, similmente, il diluvio riduce gli Ateniesi alla dimenticanza: nelle parole del sacerdote egizio, gli Ateniesi sono “tutti giovani nelle anime, e in effetti in esse non c’è nessuna antica opinione prodotta dall’ascolto di racconti arcaici, né alcun sapere ormai ingrigito del tempo” (22b). Il diluvio è realmente tale, dunque, nella misura in cui esso comporta la perdita della memoria e dell’esperienza. E qui si giunge al bivio e forse alla consolazione, perché nessuno potrebbe ragionevolmente pensare che un diluvio possa abbattersi sulla civiltà contemporanea con tanta violenza da trascinare via la memoria degli esseri umani che la vivono: per quanti decessi si possano affrontare, per quanto distruttiva possa essere una crisi – o, almeno, per quanto economicamente distruttiva potrà essere questa crisi -, per quanto distopico possa apparire lo scenario finale, il patrimonio materiale e digitale di conoscenze che c’era prima di essa permarrà anche in seguito, o addirittura aumenterà. 

Cover CUP Blake The Spirit of Plato.jpg
W. Blake, The Spirit of Plato

Dunque: nessuna dimenticanza, nessun diluvio. O almeno così sarebbe arrestandosi a un significato banale di dimenticanza, superficiale per noi e improprio già per Platone. In effetti, facendo un passo indietro, parlare di semplice dimenticanza è scorretto per i pastori superstiti: essi erano ai margini della loro civiltà già prima del diluvio, non avevano conoscenza propria delle tecniche e delle costituzioni che la caratterizzavano, dunque non avevano virtualmente nulla da dimenticare e non avranno nulla da ricordare. Ciò che quindi si perde con il diluvio – ovvero, ciò che la “dimenticanza” sta a rappresentare – è qualcosa di più profondo: si tratta della consapevolezza complessiva di ciò che è realmente accaduto, del fatto che un diluvio ci sia realmente stato, di ciò che si è perso con esso e soprattutto della necessità di interrogarsi sulla sua ineluttabilità, sulle sue conseguenze, sulle strategie di salvataggio che si è chiamati a ricercare, sulla collocazione di ciascuno rispetto ad esso. Il dramma del diluvio, in altri termini, sta nel fatto che solo i pastori, e proprio i pastori, siano sopravvissuti, e che facendolo, paradossalmente, per loro nulla sia cambiato se non in termini puramente (o, meglio, brutalmente) pratici: ci sono meno armenti, sopravvivere è più difficile e faticoso, ma andrà meglio se non andrà peggio – full stop.  

Ciò ha una conseguenza cruciale. Il diluvio è e rimane distruttivo nella misura in cui, anche quando la civiltà riprende il suo corso, riportandosi a un livello economico identico o superiore a quello pre-diluvio – e questo accade, come indica l’espressione “almeno al principio” nella citazione in esergo –, nella ripresa non c’è nessuna nuova consapevolezza, nessuna portata conoscitiva, nessuna nuova domanda sul passato e sulla natura della distruzione. Il ritorno a una civiltà tecnica e a un’economia funzionale e funzionante è in questo senso inerziale e irriflesso, mosso da necessità pratiche e quindi in qualche modo volto al raggiungimento di un obiettivo estrinseco, il fatto di recuperare un benessere materiale: senza consapevolezza ciò che viene a mancare, e che determina l’assenza di nuove domande, è l’esigenza di rifondazione, al posto della quale si impone una mera spinta alla stabilità pratica nel segno di una totale continuità – tutto sembra cambiare, ma tutto in realtà rimane com’era. In questi termini, il diluvio si presenta come una sfida che i pastori non riescono a cogliere, e proprio per questo è distruttivo: la loro sconfitta sta nell’incapacità (e nell’impossibilità) di comprendere che il diluvio è una catastrofe per loro nella misura in cui non ricercheranno un nuovo standard di coscienza a cui aspirare, o almeno una sua nuova fondazione razionale.

Lo scenario che si delinea così sembra perdersi nell’abilità letteraria di Platone. Mi pare, però, che un ottimo esempio storico-culturale possa verificarne la presa sulla realtà. Mi prendo per questo la libertà di un salto di circa tre secoli, dall’Academia da poco fondata da Platone all’Academia appena chiusa, negli anni ’80 del primo secolo a.C., dopo la presa di Atene da parte di Silla. Dopo la morte di Platone e nel corso di tutta l’età Ellenistica la filosofia è Atene, e in questa Atene l’Academia rappresentava uno dei centri pulsanti della riflessione filosofica. Ma con Silla – pur dopo un periodo di crisi – anche per l’Academia giunse il diluvio: nonostante alcuni tentativi di resistenza e insegnamento alternativo, l’eredità di Platone ad Atene sembra morire, e con la sua morte si produce un vuoto culturale incolmabile. Il silenzio di questo vuoto è il protagonista dell’inizio del V libro del De finibus bonorum et malorum (1-6, estratti) di Cicerone: 

Quando raggiungemmo l’Academia, luogo giustamente famosissimo, la avevamo tutta per noi, come sperato. Allora Pisone disse: “Non so se è un istinto naturale o una mera illusione; e tuttavia, le nostre emozioni sono più fortemente svegliate dalla vista di luoghi che la tradizione dice essere stati i preferiti di uomini illustri dei giorni passati, come dall’udire delle loro gesta o dal leggere le loro opere. E i miei stessi sentimenti sono ora di questo tipo. Mi viene in mente Platone, il primo che filosofo che, come si dice, usò discorrere in questo posto… Qui furono Speusippo e Senocrate, e il suo allievo Polemone, che solitamente sedeva là…” 

Giunge così il commento dello stesso Cicerone:

Per tutta Atene ci sono molti elementi che fanno ricordare uomini eminenti, nei luoghi in cui essi realmente vissero; ma in questo momento è questo spazio che mi attrae: non molto tempo fa esso apparteneva a Carneade, e mi sembra quasi di vederlo, e posso immaginare che il luogo in cui era solito sedersi sia orfano della sua voce, e lamenti la perdita di quell’intelletto raffinato.  

2.1 Mosaic Philos

Pisone e Cicerone, nel silenzio dell’Academia, percepiscono il ricordo del fondatore, Platone, e dei suoi seguaci, più (Speusippo, Senocrate, Polemone) o meno (Carneade) prossimi. Il diluvio è giunto e ha portato via il cuore della filosofia, ma non – e questo è cruciale – quella consapevolezza che, mutatis mutandis, mancava ai pastori di Platone. Ciò che non manca a Cicerone e ai suoi contemporanei è la percezione di una svolta culturale epocale, di un cambiamento che avrebbe stravolto la storia del pensiero dei successivi secoli: in effetti, con il primo secolo a.C. (definito splendidamente da David Sedley epoca della “decentralizzazione”), la filosofia perdeva il suo centro, ma anche i suoi linguaggi, le sue gerarchie, i suoi punti di riferimento. Si tratta di un trauma enorme, radicale, relativamente repentino, che avrebbe potuto configurarsi come un diluvio. Ma non fu così proprio perché a sopravvivere non furono – per usare l’immagine di Platone – solo i pastori: come dimostra lo stesso passo di Cicerone, scritto circa trent’anni dopo la chiusura dell’Academia, la consapevolezza del vuoto è piena e drammatica, e questo rappresenta la barriera che argina il diluvio. E, non a caso, benché Seneca nel primo secolo a.C. lamentasse (con non poca partigianeria stoica) che ormai la filosofia si era trasformata in pura erudizione (Epistola 18, 3, 23), la coscienza del diluvio portò alla nascita di nuove forme di scrittura e riflessione, a quelle forme di Platonismo e Aristotelismo che, non a caso, sono oggi dette post-Ellenistiche.     

In questo scenario – che suggerisco a capo coperto, come il Socrate del Fedro – la pandemia del 2020 si presenta come una sfida forse anche più drammatica di quanto sembri. La pandemia 2020 è un diluvio. Lo è perché ha fatto esperire modi di vita radicalmente diversi dai precedenti – e potenzialmente dai seguenti -, perché ha messo in crisi aspetti dell’esistenza quotidiana considerati inalienabili, perché ha ridefinito il rischio delle attività quotidiane o perché, anche nel quadro di un mantenimento da remoto delle attività, ha costretto a una loro riconfigurazione estrema. Ciò che sottostà a tutto questo è una ferita narcisistica collettiva che colpisce quanto si ha di più caro, il rappresentare se stessi come in grado di esercitare controllo. Molte saranno le vite perse, ingenti saranno le difficoltà economiche. Le perdite dovute al Virus tuttavia diminuiranno, le prospettive economiche miglioreranno: il quando è imprevedibile e, dal punto di vista formale, ininfluente. Il punto – ed è questo che Platone insegna – è che la vera sfida, quella che determinerà l’impatto del diluvio, sarà quella della consapevolezza che se ne avrà. Se il diluvio, al suo passare, lasciasse ciascuno nell’attesa inerziale del ritorno del benessere e della percezione di stabilità, ecco, in questo caso la pandemia del 2020 avrà espresso tutta la sua potenza distruttiva. Se al contrario, persino nel permanere di grandi difficoltà, dalle sue pieghe emergesse l’esigenza diffusa di porsi domande su quale nuovo standard sociale, lavorativo, politico e culturale sia corretto perseguire, il diluvio avrà portato con sé il suo stesso argine, rivelandosi – per noi – come occasione di consapevolezza. Ma alcuni aspetti devono essere chiari. Ciò non implica pensare alla pandemia come un’opportunità, ma cercare l’unica via di fuga da uno dei periodici scuotimenti che fratturano il corso delle civiltà. E neanche si tratta (solo) di un discorso intellettuale, come l’esempio di Cicerone potrebbe suggerire, né men che meno di un compito da delegare a qualsivoglia istituzione. In un quadro democratico e in una società ormai articolata dalla comunicazione a mezzo social, l’argine al diluvio risiede nell’esercizio consapevole della capacità di ciascuno – letteralmente – di ripensare il proprio rapporto con l’incontrollabile, con gli altri, con l’economia e con la comunicazione, e nel tentativo lucido e individuale di rifondare programmaticamente il proprio modo di informarsi, di collocarsi, di esprimersi, di comunicare. E, soprattutto, si tratterebbe di una rifondazione sì consapevole, ma neutra e non eterodiretta, che varrebbe per se stessa e non per ciò a cui potrebbe condurre – un’energeia, direbbe Aristotele. E così potrebbe anche “andare tutto male”, ma forse saremo nella condizione di pensare di essere davvero entrati in modo incisivo (anche se non certo più sicuro) nell’età che questo blog chiama “post-coroniale”.   

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...