Orientare il futuro: la responsabilità che manca

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Tiziana AndinaGazzetta Torino (18 marzo 2020)

In queste ore sta facendo il giro del web una conferenza TED tenuta da Bill Gates, il fondatore della Microsoft, nel 2015: The next outbreak? We’re not ready. Il motivo di questa eco mediatica sta evidentemente nel fatto che Gates sembra predire con cinque anni di anticipo uno scenario epidemiologico catastrofico, molto simile a quello determinato dalla pandemia del Covid-19 di questi mesi. 

Il TED Talk di Gates merita alcune riflessioni. Esse riguardano in parte le ragioni del nostro stupore, in parte il significato di alcune delle cose dette e che possiamo riassumere in tre parole: futuro, responsabilità, impegno.
Partiamo dal nostro stupore. In genere siamo così poco avvezzi all’idea che ci si debba occupare del futuro che accade di stupirci quando scopriamo che qualcuno l’ha fatto e, come nel caso di Gates, pure piuttosto bene.

Nella lezione, Gates argomenta come, sulla base delle evidenze scientifiche di cui disponiamo (era il 2015) tra i pericoli maggiori per la sopravvivenza del genere umano si debba annoverare non il rischio atomico — per il quale i governi hanno tutto sommato assunto contromisure efficaci — bensì le minacce invisibili, tra le quali, certamente, le pandemie virali.

Viene presentato, perciò, uno scenario possibile: una contaminazione virale che si diffonde per via respiratoria, dunque piuttosto rapidamente. È un contagio subdolo che lascia i malati per un certo periodo in buone condizioni prima di manifestare i sintomi della malattia, così che essa si diffonde rimanendo sotto la soglia di attenzione per un primo periodo e il favorendo il contagio. Se poi a tutte queste circostanze si aggiunge il fatto che la circolazione del virus potrebbe avvenire soprattutto nei grandi centri urbani, la catastrofe sanitaria è, purtroppo, assicurata dato che circa il 55% della popolazione mondiale vive in aree urbanizzate.

Il ragionamento di Gates parte da una serie di osservazioni empiriche — le dinamiche di diffusione dell’Ebola e le criticità che questa epidemia ha fatto emergere nei nostri sistemi di difesa — per costruire uno scenario nel quale modifica in senso peggiorativo alcune delle variabili in gioco. Il quadro è nefasto, e perciò, conclude Gates, dobbiamo prepararci, avendo dalla nostra parte la forza di tantissima tecnologia e dei risultati raggiunti in biologia e in medicina.

Oggi sappiamo che il fondatore di Microsoft aveva ragione, lo scenario era altamente probabile, tanto che è diventato reale e noi non eravamo pronti proprio perché non ci siamo prepararti. Abbiamo cioè evitato di assumerci quella responsabilità.

Hans Jonas, un filosofo tedesco che ha a lungo riflettuto sulla condizione del genere umano e sulla centralità del ruolo della tecnologia nelle nostre vite, nel 1979 ha pubblicato un libro che avrebbe avuto larga fortuna: Il principio responsabilità. La tesi di Jonas è che gli esseri umani dovranno assumere verso sé stessi, il genere a cui appartengono e il Mondo un atteggiamento di responsabilità nuova, poiché il futuro sarebbe diventato drammaticamente problematico come del resto mostrano le sfide globali legate al clima, alla salute, all’ecologia.

Perciò all’etica kantiana del rispetto — che è stata il riferimento fondamentale per oltre due secoli — dovremmo sostituire un’etica della responsabilità individuale e collettiva.

Ma verso cosa dovremo essere responsabili, si dirà? La risposta è piuttosto semplice in teoria, mentre risulta drammaticamente complessa se calata nella realtà dei fatti: dovremo cioè assumerci la responsabilità — cosa che con tutta evidenza non amiamo fare — d’impegnarci a orientare il futuro.

Manchiamo sistematicamente di rispondere a questo compito, come questa vicenda del Covid-19 mostra chiaramente, ma come mostrano benissimo anche tutti quegli aspetti della vita sociale che oramai da decenni trascuriamo: accade per il welfare, le pensioni, la questione climatica, la sfida ambientale, la salute pubblica.

Sono tutti aspetti della nostra vita che hanno a che fare con il futuro e con la necessità di orientarlo: la nostra tendenza, per lo più, è invece quella di depredarlo, massimizzare gli utili che possiamo trarne per il presente e lasciare alle generazioni future il conto da pagare.

Peccato però che le generazioni future, prima o poi, diventeranno presenti e che, in questo caso, loro siamo noi. La grande pausa che un microrganismo qualunque sta imponendo alla umanità tutta, ad ogni latitudine, costituisce una occasione imperdibile per accogliere la sfida lanciata da Jonas: ripensare il nostro agire nei termini di una responsabilità estesa al futuro.

Significa ripensare i valori, le economie, rieducare adulti e bambini, ripensare, infine, il modello di felicità che ispira le nostre scelte e le nostre azioni. Si tratta delll’unica strategia per smettere di rincorrere goffamente ciò che accade, subendolo, in realtà, in maniera drammatica. E una volta cresciuti, finalmente, potremo forse guardare la luna anziché fermarci al dito che la indica.

[Gazzetta Torino]

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