Coronavirus, impareremo qualcosa dall’emergenza? Intervista al filosofo Maurizio Ferraris

UniTo News – 18 marzo

– Professor Ferraris che idea si è fatto di questa situazione?

Mi son fatto l’idea che ovviamente non finirà tanto presto, come si pensava nei primi tempi e non credo di essere originale su questo punto. Nulla sarà come prima, ma non è detto che le cose siano sul peggio. Sono convinto che ogni crisi porti dei miglioramenti per l’umanità. Per esempio la crisi economica del 2008 ci ha resi più sensibili ai temi egualitari, la crisi del 2001 ci ha reso più sensibili alla questione della guerra nel mondo e questa ci renderà più sensibili alla vera natura dei rapporti umani e soprattutto su come si possa gestire una società semplicemente su basi telematiche.

 

– Come ci sta cambiando questa emergenza? Le nostre priorità sono diverse da prima?

C’è una grande evidenza che avevamo trascurato. Io ho passato gli ultimi vent’anni a sentirmi dire che non avevamo più rapporti umani perché tanto tutto era mediato dal web e che vivevamo in una infosfera in cui la natura era scomparsa e conculcata.
Mi sembra che se adesso noi sentiamo che la nostra vita è profondamente cambiata – e lo è – questo significa che, anche quando credevamo di vivere nell’infosfera e, puramente e semplicemente, nel mondo del web, del onlife, del Second Life e di tutto il resto, in realtà passavamo lì un po’ di tempo, esattamente come si passava del tempo in biblioteca o a leggere e a scrivere. Ma non era la totalità della nostra vita. Perché se fosse stata davvero la totalità della nostra vita adesso non sentiremmo delle privazioni banali che sono ad esempio quelle di uscire per strada, stringere la mano, salutare qualcuno, andare in posti dove ci si aggrega.
Tutto questo c’era ed esisteva, eppure per qualche strano motivo l’umanità era convinta di vivere nella nuvola del web. Questo secondo me è già strano e meritevole di riflessione ed è già un insegnamento teorico importante che ci viene da questa crisi.
L’altro aspetto che secondo me ci insegna tutto questo è che noi giustamente siamo preoccupati per la natura, però non dimentichiamo un punto. Quando si dice “Salviamo la natura”, come se oltretutto fossimo onnipotenti rispetto alla natura e potessimo decidere di salvarla, in realtà diciamo un’altra cosa, anche giusta ma bisogna sapere che è una cosa diversa, e cioè: “Salviamo l’umanità”. Dal punto di vista della natura questo è un grandissimo momento, il virus non è mai stato così bene come adesso. Il buco dell’ozono e tutto quello che noi abbiamo fatto, di cui noi siamo responsabili, sicuramente a lui non fa un baffo, posto che i virus abbiano dei baffi.
Il punto è differente. Cioè che ci rendiamo conto di quanto la condizione umana sia fragile e quindi c’era un certo titanismo che stava dietro all’idea che “basta che si prendano delle decisioni politiche e l’umanità è salvata dalla distruzione dell’ambiente”. È importante che si prendano delle decisioni politiche, è importante che l’umanità salvi se stessa, ma serve all’umanità che le decisioni politiche non bastino perché la natura comunque è più forte.

– Ci sentiamo più vulnerabili? Quali saranno le conseguenze?

Certo che ci sentiamo più vulnerabili, perché la caratteristica di questa crisi in fondo che cos’è? È che riporta l’umanità alle sue condizioni normali; l’umanità è sempre stata afflitta da pestilenze, epidemie, ecc. Da un certo momento in avanti è diventato più facile trovare dei rimedi, non dimentichiamoci che una banale infezione prima della penicillina poteva portare alla morte. Oppure, grandi influenze e grandi pandemie che si sono diffuse prima della presente in fondo creavano problemi medici minori per un motivo banale, che tanto non c’era niente da fare, quindi non c’era il rischio che si intasassero le unità d’urgenza perché queste unità d’urgenza non c’erano, puramente e semplicemente.
Quindi la crisi ci porta a toccare quello che tutti noi dovremmo sapere, cioè il fatto che gli esseri umani sono mortali, anche se siamo portati a pensare che non lo siano, o almeno che lo siano gli altri e noi no. Parlo senza stile iettatorio anche perché avendo l’età di 64 anni sono perfettamente dentro alla sfera della vittima ideale di Coronavirus. Non che vada a invocare la morte, perché sebbene alcuni dicano che il filosofo è colui che sa morire io non me la sento di commettere un delitto contro la filosofia suicidando me stesso oltretutto in maniera ridicola con il Coronavirus ma – scherzi a parte – il punto qui è importante.
Ho sentito anche commentatori autorevoli e prestigiosi dire: “Stiamo pagando il conto della globalizzazione”, ci rendiamo conto che la peste nera, quella che ha indotto Boccaccio e i suoi amici a raccogliersi in una villa a raccontarsi le storie del Decameron, e correva il 1300, veniva dalla Cina? Esattamente come il Coronavirus. Non che la Cina sia la causa di tutto, beninteso, semplicemente è facile che le cose avvengano in Cina perché ci sono tantissime persone. Ma sicuramente non si può dire che nel 1300 ci fosse la globalizzazione.

– Si sta modificando anche il rapporto con il tempo. Cosa pensa a riguardo?

Da una parte all’inizio dicevo: “Finalmente ci sarà tempo per studiare in santa pace”. Non è esattamente così perché ci sono tantissime riunioni telematiche, fra l’altro sono anche molto complicate perché le linee sono sovraccariche e quindi per forza di cose si perde tanto tempo. Però la lamentela continua e tutto sommato fondata che noi avevamo di dire: “Non si riesce a stare concentrati un momento che subito c’è qualcuno che ti scrive, che ti dice qualcosa, ecc”, tutto questo è venuto meno. Io personalmente lo ritengo positivo, cioè in fondo magari uno degli effetti positivi della crisi – non mi illudo più di tanto, beninteso – sarà anche il rallentamento di una enorme quantità di comunicazioni futili e superflue. Il riscaldamento comunicativo è peggio o almeno tanto grave quanto il global warming, cioè il fatto che più scrivi, più scriveresti, più messaggi, più messaggeresti. Un certo rallentamento da questo punto di vista ha avuto luogo e mi auguro sia una conquista perenne.

– Apprezzeremo di più la nostra libertà?

Sicuramente la libertà di movimento è una gran cosa che noi sottovalutiamo, perché in fondo dando per ovvio che noi possiamo adoperare i piedi e le mani, di colpo scopriamo che ci possono essere delle limitazioni all’uso dei piedi con il comando – giustissimo – “Statevene a casa” e tante precauzioni da prendersi sulle mani perché le mani sono trasmissori di contagio. Perché? Perché usiamo le mani. E anche questo però filosoficamente ci fa ricordare una cosa importantissima. Noi siamo umani innanzitutto perché abbiamo le mani, non è solo un gioco di parole. Tutto quello che noi facciamo, dal toccare un computer al salutare qualcuno, all’aprire la porta, passa attraverso la mediazione della mano, perché è un mondo organizzato per gente che ha delle mani. Se noi invece avessimo dei becchi sarebbe organizzato in una maniera molto differente. Anche questo deve essere ricordato – e ce lo ricorda questa crisi – si è portati a dare delle versioni facili e futili dell’umanità come immersa di nuovo in una nuvola di web. Certo che c’è la nuvola, ma alla fine di tutta questa nuvola ci sono delle mani che toccano una tastiera.

– Riusciremo a fare tesoro di questa esperienza o passata l’emergenza tornerà tutto come prima?

Malgrado non ci siano tantissimi argomenti per essere convinti della genialità dell’umanità intera e della sua saggezza, io vedo che dopo esperienze scioccanti si fa sempre tesoro di questo. Faccio solo un esempio che secondo me risulterà illuminante anche per tante altre cose a venire. C’è stato un momento in cui un uomo semplice, non necessariamente un intellettuale, Harry Truman, che era diventato presidente degli Stati Uniti solo perché era morto Roosevelt, che era il primo e lui era il vice, si è trovato nel 1950 a prendere la decisione se buttare la bomba atomica sulla Corea, durante la Guerra di Corea. Lui ha licenziato il generale MacArthur che voleva fare questo e non ha buttato la bomba. Perché? Perché dietro avevamo l’esperienza di cos’era stata la Seconda Guerra Mondiale e la sua terrificante conclusione con Hiroshima e Nagasaki. Questo è stato un evento che non deve più tornare, così come non deve più tornare la Shoah, così come non devono tornare tante cose. E sono convinto che non torneranno.

Per concludere, approfittiamone tutti per studiare, lo dico senza ironia. Siamo tutto sommato in una condizione più favorevole rispetto ad altre categorie lavorative, quindi approfittiamo di questo e abbiamo un occhio di particolare benevolenza nei confronti di quelli che non sono fortunati come noi.

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